La Germania si lancia in grandi investimenti per le infrastrutture e per la Difesa. È una buona notizia per la crescita europea ma attenzione all’inflazione e all’andamento dei titoli di Stato. L’analisi degli esperti di Vontobel nella newsletter settimanale Weekly Note (Clicca QUI per iscriverti).
Germania grande protagonista in Europa. Il recente appuntamento elettorale sembra destinato a scompaginare gli schemi economici europei, allentando il freno che la morigeratezza teutonica ha imposto al Continente sin dalla nascita dell’area euro. Conservatori e socialdemocratici, partiti che dovrebbero formare il prossimo governo, hanno annunciato l’intenzione di promuovere un piano da 625 miliardi euro da destinare al settore delle infrastrutture e a quello della difesa. Una cifra pari al 13% del PIL che mira a contrastare la stagnazione economica e a rafforzare la posizione geopolitica europea. Non tutto ovviamente luccica. Se nel medio-lungo termine i benefici appaiono indiscutibili tanto per la prima economia europea quanto per tutta la regione, nel breve il piano tedesco si è tradotto in una pressione su tutta la curva dei rendimenti dei titoli di Stato.
Un maggior debito della Germania porta a una crescita del premio al rischio richiesto dagli investitori, con effetti a cascata per tutti gli altri Paesi. La tendenza sembra destinata a proseguire nel medio-lungo periodo, ossia fino a quando l’effetto volano sull’economia del piano non inizierà ad andare a regime e a sostenere la crescita del PIL. Vi è poi un’altra leva che incide negativamente nel breve sui titoli di Stao: un maggior rischio inflazione. Se su questa voce già vi erano alcune ombre legate all’introduzione dei dazi commerciali, ora una maggior spesa governativa potrebbe portare a degli squilibri sul fronte dell’inflazione. Nel bene e nel male il “What ever it takes” tedesco appare tuttavia un piano capace di creare valore per la Germania e per tutta l’Europa, portando il progetto europeo a una maggior coesione e visione d’insieme. In questo contesto, la componente azionaria appare inevitabilmente più attrattiva di quella obbligazionaria.









