Il petrolio torna a salire, la guerra in Iran potrebbe riprendere

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I prezzi del petrolio sono tornati a salire, complice il riaccendersi delle tensioni in Medio Oriente. Al momento in cui si scrive, il Brent viaggia intorno ai 95 dollari al barile, mentre il West Texas Intermediate ha superato i 91 dollari. Il greggio americano era sceso sotto la soglia psicologica dei 90 dollari sulle aspettative di un accordo imminente tra Stati Uniti e Iran per la fine definitiva della guerra. Tuttavia, nelle ultime ore la situazione è peggiorata, con le parti che si sono scambiate attacchi militari reciproci e con i nodi della trattativa ancora irrisolti. La diplomazia è tuttora al lavoro per cercare di ricucire gli strappi e le speranze di un’intesa restano vive, ma lo scenario di una ripresa massiccia dei bombardamenti, al momento, è tutt’altro che improbabile.

 

In questo articolo:

 

  • L’Iran risponde agli Stati Uniti
  • Quali impatti sul petrolio

 

L’Iran risponde agli Stati Uniti

I rapporti tra Washington e Teheran restano molto tesi. Oggi le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno preso di mira una base aerea statunitense in risposta agli attacchi militari americani degli ultimi giorni. Il governo Usa ha giustificato la propria offensiva parlando di un’operazione contro droni iraniani vicino allo Stretto di Hormuz, il canale del Golfo attraverso cui normalmente transita il 20% del petrolio e del gas a livello mondiale. Inoltre, l’esercito statunitense ha colpito una stazione di controllo nella città portuale di Bandar Abbas, che stava per lanciare un quinto drone.

Gli attacchi sono arrivati poche ore dopo che il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, aveva smentito categoricamente la notizia secondo cui sarebbe stato raggiunto un compromesso per un cessate il fuoco definitivo. Sulla questione, il capo della Casa Bianca è stato netto: nessun singolo Paese controllerà il passaggio marittimo, minacciando velatamente anche l’Oman, Paese con cui gli Stati Uniti intrattengono da decenni rapporti militari ed economici. Trump ha quindi respinto quanto sostenuto dalla TV di Stato iraniana, ossia l’esistenza di una bozza non ufficiale per riportare il traffico nello Stretto di Hormuz ai livelli precedenti alla guerra, con una gestione condivisa tra Iran e Oman.

Per quanto il tycoon abbia ribadito più volte che la fine della guerra sia vicina, nell’ultima riunione di governo ha dichiarato di non essere soddisfatto di un accordo con l’Iran e di non stare valutando un alleggerimento delle sanzioni nei confronti di Teheran.

 

Quali impatti sul petrolio

Vista l’incertezza sul fronte geopolitico, le quotazioni del petrolio sono probabilmente destinate a una forte volatilità nei prossimi giorni. Nel frattempo, il mercato continua a mostrare squilibri, con la domanda che eccede l’offerta. Secondo i dati dell’American Petroleum Institute, negli Stati Uniti le scorte di greggio sono diminuite di 2,8 milioni di barili la scorsa settimana, segnando la sesta settimana consecutiva di calo. I dati ufficiali sugli inventari della U.S. Energy Information Administration saranno pubblicati oggi, più tardi del solito, a causa della festività del Memorial Day di lunedì.

Gli analisti di Citigroup, tuttavia, ritengono che i mercati petroliferi stiano trovando una base più solida, poiché “gli investitori escludono sempre più gli scenari peggiori di interruzione delle forniture, alla luce dei segnali secondo cui Washington e Teheran si stanno avvicinando a un accordo”. La banca americana ha però avvertito che “l’incertezza sui tempi di un eventuale accordo sta mantenendo le Banche centrali in stato di allerta, con i responsabili della politica monetaria impegnati a valutare un orientamento più restrittivo in risposta ai rischi inflazionistici legati all’energia”. Inoltre, Citigroup ha dichiarato che il prolungato rialzo dei prezzi del greggio sta iniziando a riversarsi in pressioni inflazionistiche più ampie, in particolare attraverso gli “effetti di secondo impatto”, spingendo alcune Banche centrali ad assumere un atteggiamento più aggressivo sul fronte monetario.

Simon-Peter Massabni, responsabile dello sviluppo commerciale di XS.com, ha affermato che “l’aumento dei prezzi del petrolio evidenzia la fragilità dell’attuale situazione di ‘né pace né guerra’ tra Stati Uniti e Iran”. A suo avviso, il conflitto potrebbe continuare a causa della “crescente frequenza degli scontri tra le due parti, unita all’evidente frustrazione di Donald Trump”. Di conseguenza, “lo Stretto di Hormuz probabilmente rimarrà chiuso”, ha aggiunto.

Immagine di Johnny Zotti

Johnny Zotti

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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