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Inflazione: il tasso di pareggio indica aspettative più alte

Inflazione: il tasso di pareggio indica aspettative più alte

L’inflazione è ormai diventata il nemico principale per le Banche centrali di tutto il mondo. La politica monetaria è sempre stata estremamente condizionata dall’andamento dei prezzi al consumo, ma adesso troppe vicende hanno reso questa variabile decisiva per le sorti dell’economia. La ripresa economica ha rigenerato una domanda affossata dalla pandemia e si è accompagnata a una crisi energetica che sposta le lancette dell’orologio a oltre 40 anni fa, quando il mondo fu colpito dagli shock petroliferi. A questo si aggiunge la scarsità dei semiconduttori che ha costretto molte industrie a interrompere la produzione, generando una carenza dell’offerta che ha contribuito a far lievitare i prezzi di fabbrica.

Alcuni istituti monetari come la Banca di Russia hanno già da un pezzo preso provvedimenti con una serie di aumenti dei tassi di interesse per raffreddare l’economia, altre come la Bank of England si preparano a una stretta con diversi ritocchi al rialzo nei prossimi 2 anni. La Federal Reserve partirà con il tapering presumibilmente dal prossimo mese, preparando il terreno per alzare il costo del denaro prima del 2023 come aveva programmato. L’eccezione rimane la Banca di Turchia, incurante dell’inflazione ormai al 20% nel Paese, che continua con la sua politica largamente accomodante accogliendo le direttive impartite dal suo inflessibile Presidente Tayyp Erdogan.

In questo contesto le Banche centrali continuano però a considerare l’inflazione un fenomeno transitorio, che tenderà con il tempo a normalizzarsi quanto più si creerà un equilibrio nel mercato delle materie prime e nell’approvvigionamento dei chip per le molte aziende che ne usufruiscono. C’è però un segnale che indica come le aspettative sui prezzi da parte degli investitori non siano delle migliori al riguardo. Si tratta del tasso di pareggio a 10 anni.

 

Inflazione: cos’è il tasso di pareggio

Il tasso di pareggio a 10 anni è un indicatore che misura la differenza tra il rendimento dei titoli di Stato nominali e quello dei titoli protetti dall’inflazione nello stesso periodo di tempo. La ragione per cui è chiamato così deriva dal fatto che idealmente ciò che possono guadagnare gli investitori dalle 2 tipologie di obbligazioni è lo stesso in termini reali, ossia depurando il rendimento dal tasso d’inflazione. Quanto più questo valore aumenta tanto maggiori sono le attese che il mercato ha sui prezzi nel lungo periodo.

La scorsa settimana l’indicatore è salito al 2,64%, al livello più alto dal 2012 e in netto incremento rispetto al 2,28% del mese di settembre. Ciò è coinciso con un afflusso di circa 2,1 miliardi di dollari sui titoli protetti dall’inflazione da parte dei fondi comuni, il più grande degli ultimi 2 mesi. Questo suggerisce che probabilmente l’economia dovrà convivere con un indice dei prezzi al consumo superiore rispetto all’obiettivo del 2% annuo che si è dato la Fed.

Secondo gli analisti non vi è ancora una seria preoccupazione, perché il tasso di pareggio potrebbe indicare che l’inflazione rimarrà intorno al 2,8% nei prossimi 5 anni fino ad affievolirsi successivamente per arrivare alla perfetta normalità del 2% entro un decennio. Tutto ciò sarà più evidente quando le Banche centrali ridurranno l’allentamento monetario reso necessario dalla pandemia, così come allorché i Governi attenueranno gli stimoli fiscali. Allo stesso tempo la domanda per i beni e servizi scenderà e i prezzi dell’energia, degli affitti e delle case torneranno a un livello più consono.

 

Inflazione: ora cosa farà la Fed?

Le indicazioni sulle aspettative di inflazione hanno modificato il quadro generale che la Banca Centrale americana dovrà vivisezionare nei prossimi mesi. Il braccio operativo dell’istituto è ancora persuaso della temporaneità del fenomeno ma all’interno del FOMC non tutti sono d’accordo sulle scelte da prendere e soprattutto sulla tempistica. La paura di alcuni esponenti è quella di creare con una mossa affrettata un altro shock in un’economia statunitense che ancora non si è ripresa completamente dal Covid-19, come mostrano i dati sull’occupazione.

Gli investitori comunque hanno alzato attraverso i future sui fondi federali le attese sull’aumento dei tassi. Adesso vi è una probabilità del 51% che ciò avvenga entro luglio del 2022, a fronte di solo un 15% a settembre, mentre la percentuale sale al 75% se si considera l’aumento dei tassi a settembre 2022, contro una probabilità del 27% di un mese fa. Secondo gli analisti di Barclays l’aumento del tasso ufficiale di sconto da parte della Fed non significa che gli effetti di normalizzazione siano immediati. Potrebbero volerci anni prima che si raggiunga un livello neutro sull’economia.

AUTORE

Johnny Zotti

Johnny Zotti

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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