Procedura d’infrazione per deficit: Italia verso l’uscita, ma ne rimangono aperte 68

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L’Italia continua a viaggiare su un trend positivo. Dopo la revisione positiva di Fitch, il governo Meloni si appresta a ricevere entro l’anno un’altra buona notizia. Questa volta direttamente da Bruxelles: l’uscita dalla procedura di infrazione attivata dall’Unione europea per decifit eccessivo. Decisione che scatterebbe sia in maniera formale che tecnica centrando l’obiettivo, dichiarato anche dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, di portare il deficit sotto la soglia del 3% del Pil già entro quest’anno. Un risultato importante che arriverebbe in anticipo rispetto alle precedenti stime. Attenzione però: il percorso non è automatico. Occorrerà infatti non solo che l’Italia rispetti i numeri, ma che Bruxelles li convalidi e, nella prassi, archivi la procedura d’infrazione.

 

In questo articolo: 

 

  • Italia, quando è iniziata la procedura di inflazione e perché
  • Cosa comporta stare dentro (e uscire)
  • Le altre procedure di infrazione aperte contro l’Italia

 

Italia, quando è iniziata la procedura di infrazione e perché

Uscire da questa procedura di infrazione porterebbe all’Italia due vantaggi: liberarsi da diversi vincoli e richieste di correzione da parte di Bruxelles e, contemporaneamente, concentrarsi sull’arretrato: ossia sulle altre procedure di infrazione attualmente aperte. I temi sono diversi: ambiente, energia, rifiuti, recepimento di direttive Ue, tanto per fare un esempio. Un “residuo” non banale. Anzi.

Per capire comunque il valore simbolico dell’uscita, conviene tornare all’origine: quando e perché la procedura d’infrazione per deficit eccessivo è stata attivata contro l’Italia. La procedura è scattata nel giugno 2024 in seguito alle valutazioni della Commissione europea che hanno rilevato una deviazione “persistente” rispetto ai parametri fissati nel Patto di stabilità e crescita (Psc). In particolare, l’Italia ha superato la soglia del 3% di deficit (in rapporto al Pil) e non ha presentato alle autorità europee una traiettoria credibile di aggiustamento che avrebbe potuto giustificare tale deviazione come “temporanea”.

Va specificato che non tutti i Paesi con deficit maggiore del 3% del Pil sono stati inclusi nella procedura: Bruxelles valuta caso per caso, considerando fattori come la sostenibilità del debito, la temporaneità dell’eccesso e la qualità delle spiegazioni fornite dagli Stati. Nel caso dell’Italia, la Commissione ha ritenuto che la deviazione non fosse giustificabile semplicemente come un’eccezione temporanea, considerato anche il livello del debito pubblico italiano.

La procedura per deficit eccessivo rientra nel meccanismo del braccio correttivo del Patto di stabilità (PDE, “excessive deficit procedure”): quando uno Stato membro viola i limiti (3% deficit o 60% debito, o non avanza verso quel target), la Commissione può avviare la fase correttiva, notificandolo al Consiglio dell’Ue, che fissa una decisione (o raccomandazione) con una scadenza per i correttivi. Nel caso italiano, la Commissione ha proceduto con una “relazione ex art. 126.3” e poi con la decisione di apertura della procedura, chiedendo all’Italia di presentare piani di aggiustamento. L’Italia ha dovuto rendere conto delle misure adottate, delle traiettorie di spesa netta e degli sforzi strutturali necessari per riportare i conti in linea.

Secondo diversi analisti, il percorso correttivo richiesto dall’Europa avrebbe potuto implicare un aggiustamento di bilancio stimato in 10-12 miliardi all’anno per un qualche arco pluriennale. In altre parole, l’Italia era obbligata a manovre fiscali sostanziali, non marginali, per poter sperare di uscire da quella procedura. Da quel momento, l’Italia è entrata in una “vigilanza rafforzata”: il braccio correttivo europeo può monitorare da vicino le mosse del governo, chiedere rapporti, valutare deviazioni e potenzialmente imporre sanzioni se l’inosservanza persiste.

 

Cosa comporta stare dentro (e uscire)

Stare dentro una procedura d’infrazione — cioè sotto la lente dell’Unione — non è una sanzione automatica, ma ha conseguenze reali. In termini generali, quando uno Stato è sottoposto a una PDE, deve attenersi a un percorso di correzione imposto da Bruxelles, con limiti di spesa netta e di deficit concordati, e possibili richiami o penalizzazioni in caso di deviazioni. Questo significa per esempio andare incontro a rischi reputazionali e finanziari, perché stare sotto procedura d’infrazione segnala agli investitori che il Paese è “vulnerabile”. Ciò si traduce in spread più elevati, tassi più alti nel collocamento del debito pubblico e, in generale, in minori margini di fiducia. L’uscita — se riconosciuta da Bruxelles — fornisce invece un segnale di stabilità e rassicura i mercati, oltre che un beneficio in termini di immagine per l’esecutivo. 

Un altro punto sono i vincoli più stretti. Finché la procedura è attiva, il governo italiano è vincolato a rispettare le condizioni imposte nel percorso correttivo: cioè limiti alla crescita della spesa netta, correzioni strutturali, e rendicontazioni periodiche. Ciò limita la libertà di spesa (ad esempio per interventi emergenziali o politiche espansive) e costringe il governo a una disciplina rigorosa. Non si possono ovviamente non citare le possibili sanzioni monetarie. Anche se è bene ricordare che le sanzioni vere scattano solo in casi estremi e solo dopo il passaggio al contenzioso con la Corte di giustizia dell’Unione europea. In particolare, se uno Stato non risponde a un parere motivato, e poi viene condannato, può essere costretto a pagare somme forfettarie o penali giornaliere.

Infine, un altro limite imposto dalla procedura riguarda gli effetti di cerniera su altre politiche. Rimanendo sotto procedura, un governo perde parte della libertà di usare la leva fiscale o di modificare spesa e investimenti troppo drasticamente. Potrebbero, per esempio, esserci vincoli su tagli fiscali, aumenti della spesa o manovre anticicliche rilevanti, specie in un contesto di bilancio fragile.

 

Le altre procedure di infrazione aperte contro l’Italia

L’Italia ha davanti un portafoglio (non esattamente glorioso) di decine di procedure d’infrazione aperte, che riguardano temi normativi, ambientali, energetici, recepimento di direttive, gestione dei rifiuti, inquinamento, settore trasporti, tutela dei consumatori e molto altro. Quante sono? Secondo il dossier n.43 della Camera dei Deputati, al 25 luglio 2025 risultano aperte 68 procedure d’infrazione contro l’Italia: 54 per violazione del diritto dell’Unione e 14 per mancato recepimento di direttive nei tempi previsti.

Ma quanto costano queste procedure? Secondo OpenPolis, tra il 2012 e il 2021 l’Italia ha dovuto pagare oltre 800 milioni di euro in sanzioni dovute a procedure d’infrazione concluse con condanna della Corte europea. Non è una cifra astronomica rispetto al bilancio pubblico italiano, ma è un costo evitabile e un “premio” che il Paese paga per inadempienze accumulate o lentezze legislative. Ogni anno, il carico di oneri procedurali, contenziosi, adeguamenti, dialoghi con Bruxelles implica risorse (umane, normativo-amministrative, legali) che non si vedono nei grandi capitoli di spesa, ma che assimilano risorse che altrimenti potrebbero andare altrove.

Inoltre, non tutte le infrazioni si traducono in sanzioni: molte restano sul piano delle misure correttive, della pressione politica, delle lettere formali, dei pareri motivati che obbligano il governo o il Parlamento a intervenire, pena passaggi al contenzioso vero e proprio. In alcuni casi, il “costo” è soprattutto il rischio reputazionale e la minaccia di escalation (ricorsi, condanne).

Immagine di Massimiliano Carrà

Massimiliano Carrà

Classe 1994 e laureato in scienze della comunicazione a Palermo (sua città natale), si è specializzato a Milano sostenendo un Master in Radio e New Media Management & Content al Sole 24 Ore. Iscritto dal 2020 all'Ordine dei Giornalisti pubblicisti, dopo le esperienze in Radio 24, Class Editori, Money.it, Forbes Italia e Il Giornale è entrato nel 2025 in Borsa&Finanza, dove si occupa di approfondimenti macro-economici, startup, interviste e imprenditoria. Ama lo sport, la letteratura, il cinema e il mare. Gli piace visitare posti nuovi e scoprire nuove culture.

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