Guerre, dazi ed energia cara non bastano a far cadere il manifatturiero italiano. Il settore chiuderà il 2026 con un fatturato sostanzialmente invariato a prezzi costanti (+0,2%), mentre a prezzi correnti il giro d’affari raggiungerà 1.168 miliardi di euro, in crescita del 3,8% per effetto delle nuove pressioni inflattive su energia e input produttivi. È quanto emerge dal 109° Rapporto Analisi dei Settori Industriali (ASI) di Intesa Sanpaolo e Prometeia, che analizza un sistema produttivo sorretto dagli investimenti e dalla doppia transizione, con un export frenato dalla crisi mediorientale e una crescita al 2030 moderata ma selettiva per comparti. “I mercati azionari non mostrano timori legati al conflitto”, osserva Gregorio De Felice, capoeconomista di Intesa Sanpaolo. “Si tratta, in parte, di una progressiva assuefazione ai rischi geopolitici, che tende ad attenuare le reazioni degli investitori anche di fronte a scenari di crisi”.
In questo articolo:
- Industria italiana, cosa sostiene il fatturato nel 2026
- Il manifatturiero italiano al 2030: i settori vincenti
- I principali rischi del maniffaturiero in Italia
Industria italiana, cosa sostiene il fatturato nel 2026
Il principale fattore di stabilizzazione nel 2026 sarà la domanda interna, con gli investimenti in beni strumentali a fare da traino, sostenuti dal nuovo schema di iper-ammortamento e dalla fase conclusiva del Pnrr sulle opere infrastrutturali. In espansione anche gli investimenti immateriali, mentre quelli in mezzi di trasporto sono attesi in rallentamento, per via dell’attenuarsi della spinta al rinnovo delle flotte di noleggio a lungo termine e del calo delle immatricolazioni di veicoli pesanti. La ripresa dei consumi sarà smorzata dall’incertezza e dalle rinnovate pressioni sui redditi: a soffrire maggiormente saranno gli acquisti di beni durevoli per la mobilità e i prodotti voluttuari come la moda, già posizionati su livelli depressi.
Sul fronte delle esportazioni, gli effetti della crisi mediorientale e le politiche commerciali statunitensi ridimensioneranno la crescita dell’export rispetto alle attese; nel 2026 verrà meno anche l’effetto di anticipo delle vendite sul mercato americano che aveva sostenuto la domanda estera nel 2025, soprattutto nel farmaceutico. In questo quadro si inserisce anche una variabile strutturale di difficile misurazione: “La tecnologia è diventata essa stessa un rischio geopolitico“, sottolinea De Felice. “Non siamo ancora in grado di valutare con precisione quali effetti potrà produrre sulla tenuta macroeconomica complessiva.” I settori più dinamici restano quelli orientati alla doppia transizione: Elettrotecnica (+2,2%), Meccanica (+1,4%) ed Elettronica (+1,3%), trainati dalla domanda legata ad automazione e trasformazione industriale. In crescita sopra la media manifatturiera anche le esportazioni del Largo consumo — con la cosmesi in prima fila — e di alcuni comparti del Made in Italy tradizionale come Mobili e Alimentare e bevande.
Il manifatturiero italiano al 2030: i settori vincenti
Nel quadriennio 2027-2030 il manifatturiero italiano si attesterà su un percorso di crescita media annua prossima all’1% a prezzi costanti, con una domanda interna poco dinamica e consumi in faticosa ripresa per via della forte polarizzazione dei redditi. La Farmaceutica guiderà il ranking settoriale con un incremento stimato del +2,5% annuo, sostenuta da un export solido e dal progressivo invecchiamento demografico che alimenta la spesa sanitaria. Seguono Elettronica (+1,9%), Meccanica (+1,5%), Autoveicoli e moto (+1,5%) ed Elettrotecnica (+1,3%), questi ultimi favoriti dalla doppia transizione ma anche dalla potenziale ricostruzione delle infrastrutture danneggiate dal conflitto e dalla riorganizzazione delle filiere globali resa necessaria dalle tensioni geopolitiche.
Tutti gli altri settori manifatturieri presenteranno tassi di crescita inferiori all’1% annuo. I produttori di beni durevoli per la casa — mobili ed elettrodomestici – risentiranno di un mercato interno ancora debole: i mobili potranno far leva sulla specializzazione nel lusso, mentre gli elettrodomestici soffriranno la concorrenza dei colossi asiatici. Nella parte bassa della graduatoria si collocano i produttori di beni intermedi, penalizzati da costi energetici strutturalmente elevati e da normative ambientali europee crescenti, con prodotti e materiali da costruzione a chiudere il ranking, esposti all’esaurirsi del ciclo espansivo del Pnrr e alla debolezza dell’edilizia residenziale. La propensione all’export dell’industria italiana sfiorerà il 56% nel 2030, con un saldo commerciale atteso a 125 miliardi di euro, 21 miliardi in più rispetto al 2019, con la Meccanica a generare da sola più della metà dell’avanzo commerciale complessivo.
I principali rischi del maniffaturiero italiano
Nonostante il ridimensionamento rispetto ai picchi del triennio 2021-2023, il margine operativo lordo del manifatturiero si manterrà nel 2026 al 9,7%, al di sopra dei livelli pre-pandemia, in discesa di un punto dal 10,7% del 2024. Roi e Roe si attesteranno rispettivamente all’8,5% e al 7,5% nel 2030, in risalita di circa un punto rispetto ai livelli previsti per l’anno in corso. Condizioni di redditività ancora favorevoli e buoni livelli di patrimonializzazione garantiranno alle imprese le risorse per sostenere investimenti in digitalizzazione, efficientamento produttivo e autonomia energetica almeno fino al 2028, orizzonte confermato degli incentivi agli investimenti in macchinari.
Sul fronte della politica monetaria, De Felice esclude tagli imminenti dei tassi da parte della Fed: “Un allentamento appare difficilmente praticabile nel breve periodo: il mercato del lavoro continua a mostrare solidità e l’inflazione ha ripreso a salire. Un taglio potrebbe eventualmente materializzarsi verso fine anno, ma non è da escludere nemmeno uno scenario opposto, con un rialzo dei fed fund.” Diversa ipotesi per la Bce, dove un rialzo dei tassi è previsto già per la prossima riunione di giugno. Una dinamica che potrebbe riverberarsi sul costo del finanziamento delle imprese, in un anno già complesso sul piano dei margini. Il rapporto delinea infine uno scenario alternativo legato a una chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz oltre la metà del 2026: in questo caso il fatturato registrerebbe una contrazione media del -1,5% nel biennio 2026-2027, con il MOL in discesa al 7,4% nel 2027 e solo un recupero parziale dei livelli di attività e redditività nel 2028.









