La Bce sceglie la prudenza, ma l’inflazione incalza

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Francoforte ha scelto la prudenza. Nella riunione del Consiglio direttivo conclusasi oggi, la Bce ha deciso di mantenere i tassi di interesse invariati, confermando il tasso principale di rifinanziamento al 2,15%, la facility sui depositi al 2% e il tasso sui prestiti marginali al 2,4%. Una scelta attesa dai mercati che hanno guardato più che altro alle dichiarazioni espresse da Christine Lagarde e al comunicato di accompagnamento alla decisione, dal quale traspare una calma tesa, nella malcelata speranza che dal Medio Oriente arrivino notizia in grado di evitare quello ciò che inizia a trasparire dai dati economici, ovvero l’arrivo di una stagflazione. Secondo il Comitato di politica monetaria i rischi al rialzo per l’inflazione sono cresciuti così come i rischi al ribasso per la crescita.

 

In questo articolo: 

 

  • Lo stallo Bce in attesa di segnali geopolitici
  • Lagarde: la stabilità resta la priorit
  • Le prospettive per i mercati e l’economia

 

Lo stallo Bce in attesa di segnali geopolitici

Dunque è stallo anche alla Bce, oltre che nei colloqui tra Stati Uniti e Iran. Sebbene l’inflazione nell’area dell’euro sia salita al 3% su base annua secondo gli ultimi dati Eurostat, spinta principalmente dalla volatilità dei prezzi dell’energia legata alle tensioni in Medio Oriente, il Consiglio direttivo ha preferito evitare interventi affrettati. Gli analisti osservano che la Bce sta monitorando con attenzione l’impatto dei recenti shock geopolitici sui consumi e sulla fiducia delle imprese, temendo che una mossa prematura possa compromettere la fragile ripresa economica.

“Le pressioni inflazionistiche stanno ricominciando a emergere in Europa, con nuove interruzioni delle catene di approvvigionamento che spingono verso l’alto i costi. Allo stesso tempo, il settore dei servizi nell’eurozona sta iniziando a perdere slancio” evidenzia Irene Lauro, senior economist di Schroders.

La scelta del “wait and see” permette all’istituto di valutare se le pressioni sui prezzi siano transitorie o destinate a consolidarsi, mantenendo la flessibilità necessaria per agire nelle prossime riunioni estive, con il meeting di giugno che resta l’osservato speciale per possibili variazioni di rotta. Il rischio è che si verifichi quanto successo nell’immediato post-Covid, quando l’aumento dei prezzi venne giudicato temporaneo, salvo poi dover correre al riparo con una serie di rialzi dei tassi di interesse.

Violeta Teodorova, senior research analyst di Leverage Shares sottolinea la divergenza tra il dato dell’inflazione headline, al 3%, e il dato core, al 2,3%, in aprile, quest’ultimo in leggera diminuzione. “Il problema chiave per la Bce – spiega Teodorova – è che il problema dell’inflazione in Europa è determinato dal settore energetico, e gli shock energetici raramente si presentano tutti in una volta. L’inflazione di fondo non ha ancora assorbito completamente gli effetti di secondo livello dell’aumento del prezzo del petrolio: l’impatto sui trasporti, la produzione manifatturiera, l’alimentazione, i salari e, in ultima analisi, i comportamenti dei consumatori. In altre parole, aprile potrebbe aver offerto un sollievo temporaneo, ma potrebbe essere solo la calma prima di una tempesta inflazionistica più persistente”.

 

Lagarde: la stabilità resta la priorità

Nel corso della conferenza stampa post-riunione, la presidente della Bce, Christine Lagarde, ha ribadito con fermezza che l’obiettivo principale dell’istituto rimane il ritorno dell’inflazione verso il target del 2% nel medio termine. “Le nostre decisioni restano guidate dai dati e adottate di volta in volta”, ha affermato la presidente, evitando di vincolarsi a un percorso predefinito dei tassi ma ammettendo che i parametri economici si stanno allontanando dallo scenario di base. Per tal motivo i mercati iniziano a prevedere dei rialzi dei tassi di interesse nel corso del 2026. “Sebbene il Consiglio direttivo non si sia impegnato in anticipo su una particolare traiettoria dei tassi, la prospettiva di almeno due rialzi dei tassi nel 2026 sta diventando altamente probabile” riprende Teodorova. Un’affermazione che trova l’appoggio di Simon Dangoor, vice direttore degli investimenti Fixed income di Goldman Sachs AM, secondo il quale: “una chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz o una riacutizzazione del conflitto spingerebbero probabilmente il Consiglio direttivo verso un orientamento più restrittivo.”

In merito alle tensioni internazionali, Lagarde ha riconosciuto che l’incertezza legata ai mercati delle materie prime rappresenta un rischio al rialzo per l’inflazione, richiedendo una vigilanza costante, ma ha allo stesso tempo evidenziato che la moderazione della crescita economica richiede un equilibrio prudente per non soffocare gli investimenti privati.

 

Le prospettive per i mercati e l’economia

Il mantenimento dei tassi attuali ha trovato i mercati finanziari sostanzialmente preparati, poiché la maggior parte degli investitori aveva già scontato uno scenario di stabilità per il meeting di aprile, puntando piuttosto l’attenzione sulle prospettive future per la seconda metà del 2026. Le proiezioni aggiornate della Bce indicano che, nonostante le difficoltà, il processo di disinflazione prosegue, con l’obiettivo del 2,0% nel 2027 e del 2,1% nel 2028, segnalando che il sentiero verso la normalizzazione monetaria non è stato abbandonato, ma solo rallentato dalle contingenze.

“Inizialmente, i mercati azionari europei hanno accolto con favore il mantenimento dei tassi, registrando un lieve rialzo, ma quando gli investitori inizieranno a scontare possibili aumenti dei tassi nel corso dell’anno, le prospettive diventeranno più selettive. Il settore finanziario potrebbe beneficiare di tassi più elevati, mentre i settori rivolti ai consumatori, l’industria e le aziende fortemente indebitate potrebbero subire crescenti pressioni a causa dell’indebolimento della domanda e dell’aumento dei costi di finanziamento” conclude Violeta Teodorova.

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Redazione

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