Gli italiani continuano a essere tra i migliori risparmiatori d’Europa, ma una parte consistente della loro ricchezza resta ancora parcheggiata sui conti correnti anziché essere impiegata in investimenti capaci di generare valore nel tempo. Un fenomeno che non dipende dalla mancanza di opportunità finanziarie, quanto da fattori culturali e comportamentali profondamente radicati. La paura della volatilità, la ricerca di sicurezza e una limitata percezione dei rischi legati all’inflazione frenano il passaggio dal risparmio all’investimento. Attivare anche solo una parte di questa enorme massa di liquidità potrebbe rappresentare una leva strategica non solo per la tutela del patrimonio delle famiglie, ma anche per la crescita dell’intera economia italiana. Borsa&Finanza ne ha parlato con Antonella Massari, segretario generale di AIPB, l’Associazione Italiana Private Banking.
Dott.ssa Massari, l’Italia è tra le nazioni con la maggiore ricchezza privata in Europa, ma gran parte di questa ricchezza rimane ferma e poco produttiva. Perché?
“Il Centro Studi di AIPB ha condotto una ricerca su un campione molto ampio di investitori, includendo anche patrimoni a partire da 50.000 euro e realizzando 1.400 interviste. Dall’indagine è emerso che il nodo non riguarda tanto la disponibilità di strumenti finanziari, quanto il comportamento degli investitori e il loro rapporto con il rischio. Gli italiani sono storicamente ottimi risparmiatori, ma non sempre investitori consapevoli. La liquidità continua a essere percepita come una riserva di sicurezza, soprattutto in un contesto economico incerto, mentre l’azionario viene ancora associato prevalentemente alla volatilità. Inoltre spesso manca un vero ‘evento trigger’, cioè una motivazione concreta che spinga le famiglie a fare il passaggio dal risparmio all’investimento. A questo si aggiunge una limitata cultura finanziaria: anche concetti fondamentali come l’interesse composto, l’inflazione o il rischio di perdita di potere d’acquisto nel tempo risultano ancora poco interiorizzati”.
Quali sono le conseguenze di questa staticità?
“La conseguenza principale è che una quota significativa della ricchezza privata italiana non contribuisce alla crescita dell’economia reale. In questo senso, i dati di uno studio AIPB condotto in collaborazione con Prometeia aiutano a distinguere meglio il fenomeno: non tutta la liquidità degli italiani è realmente ‘libera’ o investibile. Infatti, su circa 1.600 miliardi di euro di liquidità complessiva, solo una parte può essere effettivamente riallocata senza compromettere la funzione di sicurezza delle famiglie o il ruolo dei depositi nel sistema bancario. La quota investibile viene stimata in circa 233 miliardi di euro: si tratta della porzione di liquidità che, secondo le analisi, potrebbe essere indirizzata verso investimenti produttivi. All’interno di questi 233 miliardi, circa 85 fanno riferimento al segmento delle famiglie private, cioè delle circa 730 mila famiglie con patrimoni finanziari superiori a 500 mila euro. Questa è la parte più ‘attivabile’ e potenzialmente indirizzabile verso l’economia reale, anche attraverso strumenti più evoluti. Il messaggio da passare è che mantenere la liquidità ferma espone al rischio di erosione del patrimonio dovuta all’inflazione. Perché esiste anche il rischio di “sopravvivere al proprio patrimonio”, cioè non riuscire a sostenere nel tempo obiettivi futuri come pensione, salute o bisogni familiari”.
Mobilitare la ricchezza privata può diventare una leva di crescita per l’economia italiana? In che modo?
“Una maggiore allocazione del risparmio verso investimenti produttivi può sostenere direttamente la crescita economica. In particolare, se aumentasse la quota investita in equity e strumenti più dinamici, si potrebbero finanziare imprese, innovazione e sviluppo. Oggi le famiglie private italiane investono circa il 30% del patrimonio in azionario, mentre negli Stati Uniti la quota arriva al 50%. Avvicinarsi a quel modello renderebbe molto più significativo il contributo del private banking all’economia reale. In questa direzione, lo studio evidenzia anche la necessità di strumenti fiscali e regolamentari che facilitino l’accesso degli investitori private a soluzioni più evolute, come i private market”.
È un problema di cultura finanziaria o di sfiducia nell’industria bancaria/finanziaria?
“Il problema è soprattutto culturale e comportamentale, più che legato a una sfiducia nel sistema finanziario. Dalle interviste emerge infatti un livello elevato di fiducia nei consulenti e una consapevolezza diffusa del fatto che il risparmio privato possa contribuire alla crescita economica. Tuttavia, questa fiducia non si traduce automaticamente in investimenti più efficienti. Il principale ostacolo è la difficoltà di comprendere correttamente il concetto di rischio. Molti investitori lo associano esclusivamente alla volatilità dei mercati, trascurando altri rischi fondamentali come l’inflazione, la perdita di valore reale del patrimonio o il mancato raggiungimento degli obiettivi di vita”.
La consulenza finanziaria sta facendo il suo dovere nell’attivare questa ricchezza o potrebbe fare di più? Qual è la posizione di AIPB?
“La consulenza finanziaria gode oggi di un elevato livello di fiducia, ma può rafforzare il proprio ruolo nel trasformare il risparmiatore in investitore. Il consulente dovrebbe accompagnare il cliente in un percorso graduale, aiutandolo a individuare bisogni concreti e obiettivi di lungo periodo come previdenza, salute e protezione del patrimonio familiare. È inoltre fondamentale migliorare il modo in cui viene comunicato il rischio: non solo volatilità dei mercati, ma anche rischio inflazione, perdita di potere d’acquisto e rischio di non realizzare i propri progetti di vita. In questo senso, il rischio può diventare un “abilitatore di progetti”, non solo un fattore da evitare. Infine, resta centrale il tema dell’educazione finanziaria. Come AIPB, stiamo continuando a investire in formazione attraverso iniziative strutturate per gli insegnanti delle scuole secondarie e il Master in Private Banking AIPB. Si tratta di un contributo importante, ma ancora limitato rispetto alla dimensione della sfida: costruire una maggiore consapevolezza finanziaria nelle nuove generazioni richiede uno sforzo sistemico e continuativo”.









