Appena riconfermato alla guida di Monte dei Paschi, Luigi Lovaglio non perde tempo. Il Financial Times rivela che il banchiere starebbe valutando la cessione della partecipazione indiretta del 13,2% in Generali per finanziare una possibile fusione con Banco Bpm, rilanciando il progetto di un campione bancario nazionale. L’indiscrezione emerge mentre il nuovo consiglio di amministrazione di Rocca Salimbeni si insedia tra frizioni interne, e mentre la posizione di Unicredit nel capitale del Leone di Trieste torna a sorprendere il mercato.
In questo articolo:
- Dal Leone a Banco Bpm: la strategia di Lovaglio
- Il rebus Unicredit-Generali e la variabile Delfin
- Il nuovo cda Mps tra tensioni interne e piano industriale
Dal Leone a Banco Bpm: la strategia di Lovaglio
Secondo cinque fonti citate dal quotidiano britannico, Lovaglio intenderebbe cedere la quota Generali a investitori italiani di lungo periodo, in linea con l’obiettivo governativo di costruire un campione bancario nazionale. Tra i potenziali acquirenti figurano Intesa Sanpaolo e Unicredit, sebbene entrambe le opzioni presentino criticità non specificate dalle fonti. Una seconda ipotesi allo studio è la distribuzione della partecipazione agli azionisti di Mps come dividendo straordinario: una soluzione che eviterebbe una vendita diretta mantenendo l’asset in orbita domestica. I proventi di una cessione andrebbero ad affiancare il buffer di capitale in eccesso da tre miliardi già previsto dal piano industriale, alimentando la capacità di manovra per eventuali operazioni di fusione e acquisizione. Resta aperta, secondo le stesse fonti, l’ipotesi di una combinazione tra Mps e Banco Bpm: un’idea già circolata a fine 2024 e interrotta dall’offerta pubblica di acquisto lanciata da Unicredit su Piazza Meda lo scorso novembre. Il sostegno prestato da Banco Bpm alla lista Lovaglio nell’ultima assemblea avrebbe riacceso le speculazioni su un possibile riavvicinamento tra i due istituti. Sul fronte bancassurance, la storica alleanza di Mps con Axa scade nel 2027: Lovaglio potrebbe rimpiazzare la compagnia francese proprio con Generali, rendendo la partecipazione un jolly con un duplice utilizzo strategico, cedibile per fare cassa o conservabile come leva per un accordo distributivo. Tuttavia il Monte, che inizialmente non aveva rilasciato commenti, ha precisato che “non c’è alcuna ipotesi allo studio relativa alla vendita della quota in Generali” e che la banca è interamente focalizzata sul processo di integrazione e fusione con Mediobanca.
Il rebus Unicredit-Generali e la variabile Delfin
Nonostante il diniego di Mps, l’ipotesi che Unicredit possa rilevare la quota in Generali è tutt’altro che peregrina. All’assemblea degli azionisti di Generali per l’approvazione del bilancio 2025, Unicredit ha comunicato una quota dell’8,72% nel Leone di Trieste. Il dato contrasta in modo netto con le dichiarazioni rese da Andrea Orcel in Parlamento a novembre 2025, quando il banchiere aveva indicato di aver ridotto la partecipazione al 2% o meno, dopo averla definita in precedenza una semplice “partecipazione finanziaria” al momento del primo ingresso dichiarato al 4,1%. La quota era poi salita al 5,22% prima che una porzione venisse ceduta. La costruzione della posizione sarebbe avvenuta per gradi sul mercato aperto, secondo alcune ricostruzioni in un arco temporale precedente persino al lancio dell’ops su Banco Bpm.
Attorno a Generali si intrecciano tre nodi distinti: un azionariato polarizzato in cui il peso di Orcel eccede il valore nominale della quota, la partita sull’eredità Del Vecchio, che potrebbe ridisegnare l’intera mappa di Delfin e l’ipotesi di fare di Unicredit il primo operatore bancario-assicurativo europeo, La variabile più destabilizzante è proprio Delfin, la cassaforte della famiglia Del Vecchio: titolare del 17,5% di Mps, del 10,05% di Generali e del 2,7% di Unicredit, prima quota italiana nell’istituto di piazza Gae Aulenti, da sempre banca di riferimento della famiglia. Leonardo Maria Del Vecchio starebbe trattando con Unicredit, Credit Agricole e Bnp Paribas un finanziamento da dieci miliardi di euro per rilevare le quote dei fratelli nella holding lussemburghese, un’operazione che la sua Lmdv Capital non è in grado di sostenere autonomamente. Se il finanziamento venisse strutturato, Unicredit acquisterebbe influenza diretta sulle partecipazioni strategiche di Delfin in Generali e in Mps, con tutto il peso che la quota senese porta con sé nell’asse Monte-Mediobanca-Generali sostenuto dalla galassia Caltagirone. La somma tra la quota già detenuta da Unicredit e quella potenzialmente riconducibile a Delfin disegnerebbe un quadro radicalmente diverso da quello attuale.
Il nuovo cda Mps tra tensioni interne e piano industriale
Intanto, il primo consiglio di amministrazione di Mps dopo le nomine si è tenuto in un clima non proprio sereno. Nonostante la lista Tortora-Lovaglio avesse ottenuto all’assemblea il 49,95% dei voti contro il 38,79% della lista del cda uscente e il 6,94% di Assogestioni, i rappresentanti delle minoranze non hanno votato Cesare Bisoni alla presidenza. L’ex numero uno di Unicredit ha ottenuto il sostegno dei consiglieri della lista Tortora, incluso lo stesso Lovaglio, mentre il resto del board si è diviso tra cinque contrari e due astenuti, tra i quali probabilmente Carlo Vivaldi, banchiere con trascorso in Unicredit. Erano circolati come candidati alternativi a Bisoni il nome di Corrado Passera e del rettore della Luiss Paolo Boccardelli, soluzione auspicata da ambienti vicini all’ex cda in nome di una concordia tra i due schieramenti: l’ipotesi non ha trovato il consenso di Lovaglio, anche per evitare che una lottizzazione del vertice rallentasse i processi decisionali. Le due vice presidenze sono andate a Flavia Mazzarella, già presidente di Bper, ex vice direttore generale dell’Ivass e consigliere di Saipem, Alerion e Garofalo e a Carlo Corradini, ex consigliere delegato di Banca Imi.
Lovaglio ha nel frattempo riacquisito formalmente la funzione di direttore generale, ricoperta per alcune settimane dal vice Maurizio Bai, dopo la decisione del Monte di togliere le deleghe di amministratore delegato. Sul piano operativo, la prima scadenza è la fusione di Mediobanca in Mps entro fine anno: dopo il delisting di Piazzetta Cuccia, già fissati i concambi, Rocca Salimbeni procederà all’integrazione tra commercial e corporate banking, spostando sotto Siena la gestione del risparmio retail, l’attuale Mediobanca Premier, da combinare con Widiba e il credito al consumo di Compass.









