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Obbligazioni USA: crollo delle emissioni, ecco perché

Obbligazioni USA: crollo delle emissioni, ecco perché

Il mercato delle obbligazioni USA si è congelato da quando è fallita la Silicon Valley Bank. Nel periodo che va dal 9 al 17 marzo, nessun titolo investment grade è stato emesso. Questa è la prima volta che succede dal 2013, secondo uno studio condotto da PitchBook LCD. Non solo, in tutto il mese di marzo, gran parte delle vendite dei junk bond si è paralizzata e non vi è stata alcuna quotazione a Wall Street da oltre due settimane.

Solitamente questo mese è molto movimentato per quel che attiene ai nuovi finanziamenti, in quanto le società cercano di assicurarsi liquidità prima dell’inizio della stagione delle trimestrali. Invece, quest’anno a marzo le nuove obbligazioni USA con rating più alti sono arrivate a una cifra di poco meno di 60 miliardi di dollari, mentre la media degli ultimi cinque anni è stata di 179 miliardi di dollari. Stessa difficoltà per quel che riguarda le obbligazioni spazzatura, che hanno raccolto circa 5 miliardi di dollari, a fronte di una media quinquennale di 24 miliari di dollari.

 

Obbligazioni USA: ecco perché nessuno le sta emettendo

Da quando è crollata la Silicon Valley Bank, i mercati dei capitali sono rimasti sconvolti, con gli operatori che hanno drasticamente ridotto la propensione al rischio. In sostanza, gestori patrimoniali e fondi pensioni, che acquistano solitamente obbligazioni prestando denaro alle società, si sono defilati. In questo modo, la liquidità è scesa notevolmente e per gli emittenti è stato più difficile accedere ai prestiti.

A incidere è stato anche il movimento repentino dei rendimenti dei titoli di Stato, presi a riferimento per stabilire il tasso di prestito obbligazionario. Quest’ultimo si determina aggiungendo un premio al rischio al tasso sui Treasury Bond. Il problema è che se il rendimento dei titoli di Stato si sposta molto più del normale, la vendita di obbligazioni potrebbe rendersi complicata, perché la società si ritrova a pagare un costo per interessi più alto di quello che si aspetta in sede di collocamento. Questa elevata volatilità ha tenuto fuori dal mercato gli emittenti in quest’ultimo scorcio di marzo.

 

L’importanza della Fed

La situazione si complicherebbe per i prestiti obbligazionari se la Federal Reserve continuasse a inasprire la sua politica monetaria, perché ciò alimenterebbe un rialzo dei rendimenti sul mercato e le aziende andrebbero a pagare di più per finanziarsi. Il governatore Jerome Powell sta monitorando attentamente la situazione dei prestiti e ha affermato che se lo stress bancario rende più difficile il finanziamento e l’economia rallenterà, a quel punto la Fed potrebbe allentare l’inasprimento.

In questo contesto nuovo, le piccole imprese stanno trovando grandi difficoltà, perché si erano abituate a ricorrere a grandi iniezioni di denaro quando potevano accedere alla liquidità a costo quasi zero in questi anni. Ora, con le condizioni finanziarie più severe, avvertono la pressione. La situazione nel breve termine non è destinata a migliorare, in quanto le banche dal canto loro stanno affrontando il deflusso dei depositi e quindi hanno meno capitale da prestare, se non a condizioni molto onerose.

“In definitiva, le condizioni finanziarie si restringeranno ulteriormente, sia attraverso un ulteriore inasprimento delle Banche centrali nel tentativo di domare l’inflazione sia attraverso un deterioramento dell’attuale crisi bancaria”, ha affermato Seema Shah, chief global strategist presso Principal Asset Management. Tutto questo, secondo gli analisti di Goldman Sachs, significa che standard di prestito più rigidi sottrarranno da un quarto a mezzo punto percentuale dalla crescita del PIL degli Stati Uniti nel 2023.

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Johnny Zotti

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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