Un pacchetto azionario da oltre 40 miliardi di dollari nelle mani di Washington. Sarebbe questa la proposta che OpenAI avrebbe messo sul tavolo dell’amministrazione Trump: cedere al governo degli Stati Uniti una quota del 5% della società. Un numero che, alla luce della valutazione post-money da 852 miliardi di dollari raggiunta con il round record chiuso lo scorso marzo, si traduce in circa 42,6 miliardi di dollari. Ma la vera portata dell’operazione va oltre OpenAI.
Secondo il Financial Times che ha riportato la notizia, il piano illustrato dal ceo Sam Altman e dai vertici della società prevede che tutti i principali sviluppatori americani di intelligenza artificiale – nel report vengono citati anche Anthropic, Google e Meta – conferiscano il 5% del proprio capitale a un veicolo governativo modellato sull’Alaska Permanent Fund, il fondo sovrano statale alimentato dai proventi petroliferi che ogni anno distribuisce dividendi ai residenti dell’Alaska. Non è chiaro, tuttavia, né se le altre società siano disposte a seguire OpenAI, né se l’amministrazione intenda effettivamente dare seguito alla proposta.
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- OpenAI e Casa Bianca: una trattativa che parte da lontano
OpenAI e Casa Bianca: una trattativa che parte da lontano
Il dossier, in realtà, non nasce oggi. Sempre secondo il Financial Times, Altman avrebbe presentato l’idea direttamente a Donald Trump già all’inizio del 2025, per poi discuterne nei mesi successivi con il segretario al Commercio Howard Lutnick e con il segretario al Tesoro Scott Bessent, arrivando persino a confrontarsi nelle ultime settimane con il senatore democratico Bernie Sanders. E lo scorso aprile OpenAI aveva formalizzato la propria visione in un policy paper dedicato alla creazione di un “public wealth fund”: un fondo pubblico chiamato a investire in asset diversificati e di lungo periodo, capace di catturare la crescita delle società di intelligenza artificiale e di ridistribuirne i proventi direttamente ai cittadini.
La cornice politica, del resto, è già pronta: il mese scorso lo stesso Trump aveva dichiarato di stare valutando opzioni per dare al pubblico una partecipazione nelle grandi società di IA, definendo l’ipotesi di un ingresso dello Stato nel capitale dei colossi del settore “una cosa bellissima”, in grado di rendere gli americani “partner di questa rivoluzione”. E i precedenti non mancano: nel corso del secondo mandato l’amministrazione ha già rilevato partecipazioni in società private, a partire dal 10% di Intel ottenuto nell’agosto dello scorso anno a fronte di un investimento da 8,9 miliardi di dollari, fino a Ibm e a diverse aziende attive nel quantum computing e nei minerali critici.
Ma perché farlo?
È proprio qui che la proposta si presta a una doppia lettura. La prima, più cinica, la interpreta come un dazio da pagare a Trump: un pedaggio politico per comprarsi la pace regolamentare in una Washington sempre più ostile. Il tempismo, d’altronde, parla da solo. La mossa arriva mentre le società di IA sono sotto crescente scrutinio per il potenziale uso improprio dei modelli più avanzati: la scorsa settimana OpenAI ha rinviato il lancio pubblico completo di GPT-5.6 proprio su richiesta del governo, dopo che a Anthropic era stato ordinato di sospendere l’accesso ai suoi modelli di frontiera per i cittadini stranieri per ragioni di sicurezza nazionale.
In questo contesto, cedere il 5% allo Stato somiglia meno a un atto di generosità e più a una polizza assicurativa. Con un effetto collaterale tutt’altro che trascurabile, segnalato da più osservatori: come ha avvertito Nat Purser dell’organizzazione Public Knowledge, il governo si ritroverebbe a essere contemporaneamente azionista e regolatore delle stesse società, un conflitto di interessi strutturale; mentre dal Cato Institute Jennifer Huddleston ha messo in guardia dal rischio che sia lo Stato, e non il mercato, a scegliere i vincitori della corsa all’intelligenza artificiale.
La seconda lettura, più ambiziosa, vede invece nella proposta il primo passo verso qualcosa di inedito: un welfare state finanziato dalle onnipotenti Big Tech. Il riferimento esplicito all’Alaska Permanent Fund non è casuale: se l’intelligenza artificiale è davvero il petrolio del ventunesimo secolo, l’idea è che i suoi profitti – destinati a concentrarsi in una manciata di società private mentre l’automazione erode posti di lavoro – vengano almeno in parte socializzati, sotto forma di dividendi distribuiti ai cittadini.
Non a caso Altman ha sostenuto, riporta il FT, che dare al pubblico un interesse finanziario nella società sia il modo migliore per condividere i benefici dell’IA. E OpenAI non è sola su questo terreno: Anthropic ha dichiarato di stare esplorando un “dividendo digitale”, ossia pagamenti diretti agli americani finanziati da imposte sul settore. Persino la sinistra americana si muove nella stessa direzione, ma con ben altre proporzioni: il disegno di legge presentato da Sanders, l’American AI Sovereign Wealth Fund Act, imporrebbe a OpenAI, Anthropic e xAI una tassa una tantum del 50% in azioni, e il senatore del Vermont ha liquidato l’approccio dell’amministrazione come un’offerta di facciata, ben lontana da una vera proprietà pubblica.









