La guerra, in teoria, dovrebbe spingere l’oro. Eppure, il calo registrato il 23 marzo rimette in fila un punto che il mercato conosce bene ma che nelle fasi più tese tende a essere rimosso: il metallo giallo non reagisce automaticamente al rischio geopolitico. Secondo Giacomo Calef, country head Italia di NS Partners, quello visto nelle ultime sedute è il riflesso di “un equilibrio che si sta rapidamente spostando”.
Dopo mesi in cui l’oro aveva beneficiato di una forte domanda di protezione, il mercato è tornato infatti a guardare soprattutto a tre variabili: rendimenti reali, dollaro e intensità della domanda di copertura. In questa chiave, l’oro continua a essere un bene rifugio, ma non in modo lineare né sufficiente da solo a sostenere i prezzi.
In questo articolo:
- Oro, il precedente del 2022 e il peso dei rendimenti reali
- Dollaro forte e ricerca di liquidità frenano il rifugio
Oro, il precedente del 2022 e il peso dei rendimenti reali
Per leggere il movimento attuale, Calef invita a tornare al 2022. Anche allora, “nel pieno di uno shock energetico e geopolitico, l’oro non si comportò come bene rifugio puro”. Dopo una prima fase di rialzo, il metallo iniziò infatti a perdere terreno, perché a prevalere non fu soltanto la domanda di protezione, ma il contesto monetario in cui quella tensione si stava sviluppando. Il punto, spiega il manager, è che “l’oro non vive solo di incertezza, ma soprattutto del contesto monetario in cui tale incertezza si sviluppa”.
Quando i rendimenti reali salgono, detenere oro diventa meno conveniente, dal momento che aumenta il costo-opportunità di possedere un asset che non genera reddito. Ed è proprio questo il passaggio che oggi il mercato sta tornando a prezzare con maggiore attenzione, mentre si rafforza il timore che l’inflazione riaccesa dallo shock energetico possa mantenere più a lungo una postura restrittiva da parte delle banche centrali.
Dollaro forte e ricerca di liquidità frenano il rifugio
Accanto ai tassi reali, torna in primo piano il dollaro. L’oro è prezzato globalmente in valuta americana e, osserva Calef, questo crea “una relazione inversa piuttosto stabile”. Quando il dollaro si rafforza, acquistare oro diventa più costoso per chi investe in altre valute e la domanda internazionale tende a ridursi. A questo si aggiunge la dinamica della copertura. “In teoria, l’oro beneficia dei momenti di incertezza. Tuttavia, questa relazione non è lineare”, sottolinea il country head Italia di NS Partners.
Se lo shock di mercato si accompagna a tensioni di liquidità o a perdite diffuse su altri asset, l’oro può essere venduto per fare cassa e trasformarsi, almeno nel breve periodo, in una fonte di liquidità più che in un rifugio. È questa interazione tra rendimenti reali, dollaro forte e domanda di copertura a spiegare perché, anche con la guerra, il metallo giallo oggi non stia correndo.









