La COP29, la conferenza delle Nazioni unite sul clima, non ha messo soltanto la finanza climatica al centro dell’agenda. A Baku, in Azerbaigian, il consorzio formato dalle organizzazioni non governative Germanwatch, NewClimate Institute e CAN (Climate action network) ha presentato la ventesima edizione del Climate change performance index (CCPI), l’indice annuale che misura la performance climatica dei principali Paesi del mondo valutando la trasparenza nelle politiche climatiche nazionali e internazionali.
Nel CCPI Ranking 2025 l’analisi ha preso in considerazione le performance climatiche di 63 nazioni e dell’Unione europea nel suo complesso. Questi soggetti rappresentano insieme oltre il 90% delle emissioni globali.
Il punteggio complessivo di ogni Paese è calcolato in base agli score individuali in 14 indicatori divisi per quattro categorie: il 40% sul trend delle emissioni di GHG, il 20% sullo sviluppo delle rinnovabili, il 20% sull’efficienza energetica e il 20% sulla politica climatica. Il parametro di riferimento sono gli obiettivi dell’accordo di Parigi e gli impegni assunti al 2030.
I Paesi con migliore performance climatica: la classifica 2025
Guidano la graduatoria di quest’anno Danimarca, Paesi Bassi e Regno Unito, ma a partire solo dal quarto posto. Le prime tre posizioni non sono state attribuite perché nessuno dei 63 Paesi ha raggiunto la performance climatica necessaria per contenere il surriscaldamento del pianeta entro la soglia critica di 1,5 gradi centigradi.
La maglia nera va ad Iran, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Russia, nazioni che basano le loro economie sui combustibili fossili e inevitabili fanalini di coda in classifica. Male anche i due principali responsabili delle emissioni globali: la Cina perde quattro posizioni rispetto all’anno scorso e scende al 55esimo posto; fanno ancora peggio gli Stati Uniti con una performance very low che li mantiene stabili in 57esima posizione.
L’India al decimo posto (+7) è l’unico Paese del G20 insieme al Regno Unito (20esimo lo scorso anno) tra gli high performer nel CCPI 2025. Quattordici membri del G20 (responsabili di oltre il 75% delle emissioni globali) ricevono infatti un punteggio basso o molto basso.
L’ottima prestazione britannica si deve al superamento del carbone (l’ultima centrale, quella di Ratcliffe-on-Soar, è stata chiusa il 30 settembre e ha trasformato il Regno Unito nel primo membro del G7 ad aver eliminato completamente questa fonte energetica) e all’impegno assunto dal governo di non concedere nuove licenze per l’estrazione di combustibili fossili.
L’Unione europea perde una posizione, dal 16esimo al 17esimo posto, e nel complesso ottiene una valutazione media che la lascia stabile a centro classifica. L’Italia è in ritardo sulla performance climatica e si classifica al 43esimo posto nell’indice. A pesare su questa prestazione stagnante sono il rallentamento nella riduzione delle emissioni (38esimo posto nella graduatoria della riduzione di emissioni climalteranti), nessun piano d’azione per porre fine ai sussidi ai combustibili fossili, un PNIEC (il Piano nazionale integrato per l’energia e il clima) poco ambizioso e una politica nazionale (55esima nella specifica classifica) considerata inadeguata a fronteggiare la crisi. Proprio la politica nazionale fa migliorare la Polonia che sale al 47esimo posto (dal 55esimo) e sprofondare la Finlandia che perde 11 posizioni e precipita alla 37esima piazza.
Italia in forte ritardo nella performance climatica
“L’Italia, sul fronte energetico persegue una politica miope incentrata su fonti fossili e su un possibile ritorno del nucleare – commentano da Legambiente –. Si punti su un hub nazionale delle rinnovabili, semplificando e velocizzando gli iter autorizzativi, e si riducano le emissioni del 65% entro il 2030 in coerenza con l’obiettivo di 1,5 gradi centigradi”. Il presidente nazionale Stefano Ciafani sottolinea che a peggiorare la situazione sono l’eccessiva dipendenza energetica dall’estero, in particolare da nuovi partner instabili politicamente, e la mancanza di interventi risolutivi nei settori della mobilità e dell’edilizia.
“Il nostro Paese può colmare l’attuale ritardo e centrare l’obiettivo climatico del 65% di riduzione delle emissioni entro il 2030, in coerenza con l’obiettivo di 1,5 gradi centigradi, grazie soprattutto al contributo dell’efficienza energetica, di rinnovabili, reti e accumuli, e dell’innovazione tecnologica – spiega Ciafani –. È su questo che deve lavorare in prima battuta, abbandonando la strada delle fonti fossili e del nucleare, lavorando per semplificare e velocizzare gli iter autorizzativi dei progetti di impianti e infrastrutture che vanno nella direzione della lotta alla crisi climatica e dell’indipendenza energetica”.
Con un magro +1 rispetto al 2024, l’Italia riceve una valutazione media nei parametri delle emissioni di gas serra e dell’efficienza energetica e un valutazione bassa nello sviluppo delle rinnovabili e nella politica climatica. Gli analisti del CCPI evidenziano la mancanza di un obiettivo concreto di riduzione delle emissioni per l’intera economia entro il 2030: nel PNIEC c’è soltanto un target del 40,6% (considerato ampiamente insufficiente) per il settore non soggetto al sistema di scambio delle emissioni coperto dall’ESR (Effort Sharing Regulation), il regolamento europeo per la riduzione delle emissioni che assegna all’Italia una quota del 43,7%.
Le principali richieste rivolte dagli esperti all’Italia (-27 posizioni dall’edizione chiave del CCPI pubblicata nel 2018) sono il mantenimento di una data più ambiziosa per l’eliminazione graduale del carbone (il cosiddetto phase-out è stato posticipato dal 2025 al 2029) e l’interruzione dell’espansione dell’estrazione di combustibili fossili e delle relative infrastrutture di lavorazione, nonché il raggiungimento di una riduzione delle emissioni dell’intera economia di oltre il 65% entro il 2030, per essere in linea con l’obiettivo di 1,5 gradi centigradi di temperatura fissato a Parigi. Lontanissima dalla prima economia europea, la Germania, che risulta 16esima, l’Italia dovrebbe essere in grado di ridurre le sue emissioni di almeno il 65% grazie al 63% di rinnovabili nel mix energetico e al 91% nel mix elettrico.









