Petrolio a 120 dollari al barile, in Europa incertezza sull'embargo
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Petrolio a 120 dollari al barile, in Europa incertezza sull’embargo

Petrolio a 120 dollari al barile, mentre in Europa regna l'incertezza sull'embargo

Il petrolio oggi si è riportato verso i 120 dollari al barile riguardo il Brent, livello massimo degli ultimi 2 mesi. La nuova fiammata dei prezzi scaturisce dal calo delle forniture nei principali centri di consegna da parte della Russia, con molte compagnie occidentali che evitano l’offerta di Mosca dopo lo scoppio della guerra Russia-Ucraina.

Non è stato comunque solo questo a dare ulteriore vitalità al greggio, ma anche la situazione delle restrizioni anti Covid-19 in Cina che va leggermente migliorando. La domanda cinese è estremamente importante per il mercato mondiale e in queste ultime settimane ha subito un brusco calo con le chiusure imposte dal Governo per cercare di contenere il contagio. Adesso che le grandi città come Pechino e Shanghai stanno gradualmente riaprendo grazie a un calo delle infezioni, è aumentata l’aspettativa che la domanda cinese possa ritornare a crescere, facendo meno da equilibratore nei confronti di un’offerta che è sempre debilitata.

Ai prezzi alti del petrolio contribuisce anche l’OPEC+, che manifesta una certa ritrosia ad aumentare l’output oltre i 432 mila barili giornalieri a partire dal prossimo mese. Giovedì ci sarà la riunione e non si attendono novità al riguardo. Il cartello teme che incrementare la produzione possa essere rischioso, perché la domanda della Cina è decretata a riprendersi e i vincoli alla catena di approvvigionamento destinati a sparire. Di conseguenza, il mercato troverebbe un suo equilibrio senza far precipitare i prezzi e aumentare le scorte.

 

Petrolio: l’Europa giungerà all’embargo?

Intanto la situazione in Europa si fa incandescente per quel che riguarda le decisioni in merito all’embargo sul petrolio. Oggi e domani ci sarà una riunione straordinaria da parte del Consiglio Europeo per arrivare a un accordo definitivo. Tuttavia, questo sembra ancora molto lontano. In questo weekend i negoziati da parte degli ambasciatori si sono conclusi con un nulla di fatto, al punto che il Vice Cancelliere nonché Ministro dell’Economia tedesco, Robert Habeck, ha dichiarato che l’unità europea mostrata sinora, dopo l’invasione dell’Ucraina da parte di Vladimir Putin, si sta sbriciolando.

Il sesto pacchetto di sanzioni quindi rischia di non vedere la luce. A determinare lo stallo è l’Ungheria di Viktor Orban, che è quasi completamente dipendente dal petrolio russo nel suo fabbisogno energetico. Il punto è che per decisioni di questa importanza è necessario che vi sia l’approvazione da parte di tutti i membri del Consiglio e, se vi è il veto di un solo rappresentante, una proposta non passa. Così ha fatto Budapest fino a questo momento, per ogni diversa versione del pacchetto di sanzioni.

Per sbloccare i negoziati si sono tentate diverse strade, come esenzioni speciali, rimborso monetario e l’esclusione degli oleodotti dall’embargo. Tutte le proposte però sono sistematicamente cadute nel vuoto. Il problema è che la diversa quantità di petrolio importato finisce per pesare in maniera diversa sui vari Paesi e l’Ungheria in questo momento sarebbe tra quelli più colpiti. La situazione di grande incertezza sull’embargo in realtà dovrebbe rafforzare le quotazioni del petrolio, che però sotto questo aspetto non sembra per il momento ne abbiano risentito più di tanto.

 

AUTORE

Johnny Zotti

Johnny Zotti

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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