Petrolio: l’attacco degli Usa all’Iran rischia di mandare i prezzi oltre i 100 dollari

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L’andamento del petrolio nel mercato delle materie prime è all’insegna della volatilità in questo momento, dopo che gli Stati Uniti hanno bombardato i siti nucleari in Iran. I future sul Brent con scadenza settembre si sono spinti fino a oltre 79 dollari dalla chiusura di 75,48 dollari di venerdì, ma poi hanno indietreggiato tornando al punto di partenza nel corso delle contrattazioni. Il saliscendi è generato dalle notizie che si susseguono nelle ultime ore. In questo articolo:

 

  • Stati Uniti al fianco di Israele contro l’Iran;
  • Petrolio: cosa aspettarsi sui prezzi

 

Stati Uniti al fianco di Israele contro l’Iran

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump si era dato una scadenza di 15 giorni per decidere se entrare in guerra al fianco di Israele contro la minaccia nucleare dell’Iran. Tuttavia, 48 ore dopo ha ordinato ai suoi aerei militari di sorvolare i cieli di Teheran per sganciare le potenti bombe MOP (Motorized Bunker Penetrating Bomb) in grado di perforare i bunker iraniani dentro cui sarebbero custoditi i programmi nucleari del Paese. Gli Usa hanno fornito una chiara dimostrazione di forza, mentre Trump ha ribadito di volere la resa dell’ayatollah Ali Khamenei e la ripresa dei colloqui sul nucleare.

L’Iran ha promesso una dura rappresaglia, inclusa la possibilità di chiudere lo Stretto di Hormuz, da cui passa circa il 20% del petrolio mondiale. L’arteria critica collega il Golfo Persico al Mar Arabico e vede ogni giorno transitare circa 20 milioni di barili di greggio. La chiusura, quindi, potrebbe rappresentare un colpo pesante per l’approvvigionamento, con i prezzi del petrolio che rischiano di impennarsi.

 

Petrolio: le ipotesi sui prezzi

L’interruzione delle forniture di oro nero è la principale preoccupazione degli analisti. “Se i flussi di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz dovessero dimezzarsi per un mese, e rimanere inferiori del 10% per gli altri 11 mesi nell’anno, il Brent salirebbe fino a 110 dollari al barile“, hanno scritto in una nota gli analisti di Goldman Sachs. “Qualora l’offerta iraniana dovesse diminuire di 1,75 milioni di barili al giorno, il Brent raggiungerebbe un picco di 90 dollari”. Il team della banca di investimento americana non prevede interruzioni significative dei flussi, anche perché gli interessi di Stati Uniti e Cina affinché non ci sia un blocco “prolungato e molto ampio sarebbero forti”. Tuttavia, “i rischi al ribasso per l’approvvigionamento energetico e il rischio al rialzo per le nostre previsioni sui prezzi dell’energia sono aumentati”, ha aggiunto l’analista.

Decisamente pessimista è invece Saul Kavonic, analista energetico senior di MST Marquee, secondo cui “c’è il rischio reale che il mercato subisca interruzioni dell’offerta senza precedenti nelle prossime settimane, di natura molto più grave dello shock del prezzo del petrolio nel 2022 innescato dalla guerra in Ucraina”. All’epoca il prezzo del greggio arrivò fino a 140 dollari al barile, prima di ritirarsi sulla crisi della domanda cinese. Adesso, con la chiusura dello stretto, “il petrolio potrebbe avvicinarsi ai 100 dollari e testare i massimi visti tre anni fa se il blocco si prolungherà”, ha sottolineato Kavonic.

Dello stesso avviso è Bob McNally, presidente del Rapidan Energy Group. “Gli Stati Uniti e l’esercito alleato alla fine riapriranno lo Stretto, ma se l’Iran impiegasse tutti i suoi mezzi militari, il conflitto potrebbe durare più a lungo delle ultime due guerre del Golfo”, ha affermato.

La prima guerra del Golfo è iniziata con l’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq di Saddam Hussein il 2 agosto 1990 ed è durata fino a febbraio del 1991 con il ritiro delle truppe irachene. Il secondo conflitto vide ancora protagonista l’Iraq, ma vittima di una invasione da parte di una coalizione guidata dagli Stati Uniti nel marzo 2003, con l’obiettivo principale della deposizione di Saddam Hussein, accusato di possedere armi di distruzione di massa e di sostenere il terrorismo. Le milizie americane si ritirarono nel 2011, cinque anni dopo la decapitazione del regime iracheno, ma il Paese arabo finì in un groviglio di instabilità e violenze. “Se Teheran decidesse di attaccare la produzione o i flussi energetici del Golfo, avrebbe la capacità di interrompere il trasporto di petrolio, con conseguente forte impennata dei prezzi. Una chiusura prolungata o la distruzione delle infrastrutture energetiche chiave del Golfo potrebbe spingere i prezzi del greggio a oltre 100 dollari”, ha detto McNally.

Immagine di Johnny Zotti

Johnny Zotti

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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