Petrolio: il punto di pareggio per l’Arabia Saudita aumenta, cosa significa?

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La discesa dei prezzi del petrolio può rappresentare un grosso problema per l’Arabia Saudita, il più grande esportatore della materia prima al mondo. Le quotazioni si stanno allontanando da quello che viene considerato il punto di pareggio (break event point), ossia il prezzo medio che deve avere il petrolio affinché il regno saudita non sia in perdita. Il problema è che tale valore anno dopo anno sta crescendo. Secondo l’ultima previsione del Fondo monetario internazionale, la cifra di pareggio per il 2024 è di circa 96,20 dollari, in crescita di circa il 19% rispetto al 2023 e superiore di oltre il 30% rispetto al prezzo attuale di circa 73 dollari.

L’Arabia Saudita ha i costi di produzione più bassi al mondo, ma sta effettuando una serie di investimenti per modernizzare la sua economia e soprattutto per diversificare le fonti di entrata che oggi dipendono per tre quarti dal greggio. Secondo il grande progetto Vision 2030, lo Stato arabo si sta preparando a ospitare grandi eventi sportivi e culturali tipo la Coppa del Mondo 2034 e Expo 2030. Inoltre, il fondo sovrano Public Investment Fund, è impegnato in una serie di grandi investimenti in ogni settore dell’economia . Tra questi NEOM, il grande progetto da 500 miliardi di dollari di una megalopoli futuristica ecologica che ospiterà 9 milioni di abitanti.

 

Petrolio: quanto è importante il punto di pareggio per l’Arabia Saudita

Essendo un Paese relativamente ricco, l’Arabia Saudita continua a spendere ma ora deve affrontare il problema del deficit. Nel 2022 il bilancio statale segnalava un avanzo di 27,68 miliardi di dollari, ma lo scorso anno ha chiuso con un passivo di 21,6 miliardi di dollari. Per l’anno in corso le previsioni sono di un rosso di 21,1 miliardi di dollari, a fronte di entrate complessive per 312,5 miliardi di dollari e uscite totali per 333,6 miliardi di dollari. Dal 2010 a oggi, il debito pubblico è passato dal 3% al 24% in rapporto al PIL. Paragonati con la media Ue e degli Stati Uniti, dove le cifre sono enormemente più alte (rispettivamente 82% e 123%), si capisce bene che si tratta di numeri risibili. Tuttavia, secondo gli analisti, il trend è preoccupante e il Paese deve porsi il problema di invertire la direzione.

Il petrolio ha ancora  un ruolo centrale per l’Arabia Saudita, che ha spinto l’OPEC+ a tagliare l’offerta nel tentativo di alzare i prezzi dell’oro nero. Finora l’effetto che ha ottenuto è stato solo quello di frenare la caduta. Oggi ci sono diversi fattori negativi per le quotazioni del greggio, primo tra tutti il calo della domanda dalla Cina, il principale cliente del Regno. Il problema però è anche sul lato dell’offerta, con Paesi come Stati Uniti, Brasile, Canada e Guyana che hanno aumentato l’output e che insieme a Europa e alla stessa Cina rischiano di innescare una possibile guerra tariffaria. Giocoforza, il prezzo di pareggio rischia di innalzarsi oltre i 100 dollari al barile. Gli analisti di Nomura prevedono un break-even a 112 dollari quest’anno, ma con uno sprazzo di ottimismo: “La buona notizia è che l’economia sta progredendo lungo il suo percorso di diversificazione e ha già assorbito grandi riduzioni dei sussidi e un aumento dell’IVA, generando un numero enorme di posti di lavoro. La legge sugli investimenti dovrebbe avvicinare il Regno saudita al raggiungimento del suo obiettivo di costruire un settore non petrolifero sostanzialmente più grande”.

Dalla sua, l’Arabia Saudita ha anche il fatto di disporre di importanti riserve di valuta estera che, secondo i dati ufficiali, a luglio sono ammontate a 452,8 miliardi di dollari, livello massimo da 20 mesi. Inoltre, il debito basso e l’alto rating creditizio consentono al Paese di accedere facilmente ai mercati finanziari per finanziare l’esposizione di bilancio, come dimostra l’emissione di obbligazioni per 12 miliardi di dollari quest’anno.

Immagine di Johnny Zotti

Johnny Zotti

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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