Petrolio: l’escalation in Medio Oriente fa volare le quotazioni

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Il petrolio oggi balza di oltre due punti percentuali nel mercato delle materie prime, con il Brent che ha superato di slancio quota 75 dollari al barile e il West Texas Intermediate che si avvicina alla soglia di 72 dollari. A innescare gli acquisti le tensioni in Medio Oriente, con il conflitto che rischia drammaticamente di allargarsi. Nella giornata di ieri una pioggia di missili balistici provenienti dall’Iran si è abbattuta su Israele. La gran parte dei missili è stata intercettata dal sistema di difesa israeliano e fortunatamente non ci sono state vittime. Tuttavia l’attacco, in risposta all’uccisione dei leader di Hamas e Hezbollah da parte dell’esercito ebraico, potrebbe aver innescato un ordigno la cui deflagrazione si sentirà nei prossimi giorni.

Il governo di Benjamin Netanyahu paga anche l’invasione via terra del Libano, dove si annidano i capi dei terroristi islamici nemici di Gerusalemme. La situazione rischia di precipitare perché Israele ha promesso una risposta dura, alla quale potrebbe seguire una controreplica ancora più violenta da parte di Teheran. Nel frattempo gli Stati Uniti hanno minacciato il governo iraniano di scendere in campo duramente in caso di ulteriore attacco dopo quello di ieri. Questo significa che gli impianti petroliferi iraniani potrebbero venire danneggiati o addirittura annientati, con il conseguente calo dell’offerta globale di greggio. Nel mese di agosto la produzione petrolifera iraniana è arrivata a 3,7 milioni di barili al giorno, mentre il Paese rappresenta circa il 4% della produzione globale e il terzo più grande produttore dell’OPEC+.

La patata bollente a questo punto sarà nelle mani dell’Arabia Saudita, che deve decidere se aumentare la produzione in caso di interruzione delle forniture iraniane. Nel frattempo, un gruppo di esponenti dell’OPEC+ si riunirà oggi per esaminare la situazione, benché non sia previsto alcun cambiamento di politica per ora. Al momento il programma resta quello di alzare l’output di 180 mila barili giornalieri a partire da dicembre, ma tutto potrebbe essere oggetto di modifica in base a cosa succederà nelle prossime settimane sul fronte di guerra. Intanto, per voce del ministro del petrolio, l’Arabia Saudita ha affermato che i prezzi dell’oro nero potrebbero anche scendere fino a 50 dollari al barile se i membri dell’alleanza sul greggio non si attengono ai limiti concordati.

 

Petrolio: i prezzi potrebbero superare quota 100 dollari

Finora le interruzioni della fornitura di petrolio sono state limitate, ma ora le preoccupazioni sono vive su quanto potrà accadere alle infrastrutture petrolifere iraniane a seguito di un’escalation in Medio Oriente. “Il conflitto potrebbe avere un impatto sull’offerta di petrolio”, ha affermato Saul Kavonic, analista energetico senior di MST Marquee. “La possibilità di un’interruzione materiale dell’approvvigionamento è ora imminente”. A suo giudizio, gli ultimi sviluppi di guerra potrebbero essere un punto di svolta, con “i prezzi del petrolio che salirebbero nuovamente a 100 dollari al barile” in caso di un attacco militare o a sanzioni occidentali più severe all’Iran.

Lo stesso avvertimento viene lanciato da Bob McNally, presidente del Rapidan Energy Group, secondo cui “la rappresaglia di Israele per l’attacco missilistico sarà sproporzionatamente grande”. Questo significa che “la guerra sta entrando in una nuova fase più legata all’energia”, ha aggiunto. Del medesimo tenore sono le osservazioni di Josh Young, amministratore delegato di Bison Interests. L’esperto ritiene che un potenziale attacco delle forniture petrolifere iraniane segna “una significativa escalation”. A questo punto, se le esportazioni iraniane dovesse andare offline a causa di un attacco, “i prezzi del petrolio supereranno la quota di 100 dollari al barile”, ha avvertito.

 

La crisi in Medio Oriente potrebbe colpire anche lo scisto

Lo scisto statunitense è diventato insolitamente vulnerabile agli shock del prezzo del petrolio in Medio Oriente. A dirlo è Harold Hamm, fondatore di Continental Resources e magnate del settore dello scisto in USA. Il guru si è definito molto preoccupato per quanto sta accadendo sul versante di guerra, poiché ciò rischia di interrompere le forniture globali di petrolio. A suo parere, la responsabilità è da attribuire all’amministrazione Biden che ha “prosciugato la riserva strategica di petrolio degli Stati Uniti, danneggiando la produzione interna e pasticciando la politica estera”. Quindi oggi “lo scisto statunitense è stato messo in una condizione indebolita”, perché c’è una totale “incapacità di aumentare rapidamente la produzione”.

Il governo americano ha iniziato a utilizzare le scorte strategiche nel 2021, con l’obiettivo di tenere bassi i prezzi interni della benzina. Dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia nel 2022, ha rilasciato altri 180 milioni di barili di petrolio dalla riserva. Ora gli Stati Uniti hanno 382 milioni di barili in riserva, circa la metà della capacità. Secondo quanto riferito dall’Energy Information Administration, la quantità rimasta riesce a soddisfare appena 19 giorni di consumo.

Immagine di Johnny Zotti

Johnny Zotti

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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