Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il suo omologo cinese Xi Jinping hanno concordato l’acquisto di petrolio americano da parte della Cina. “Hanno accettato di voler comprare greggio dagli Stati Uniti. Inizieremo a inviare navi cinesi in Texas, Louisiana e Alaska”, ha dichiarato il capo della Casa Bianca subito dopo, in un’intervista a Fox News. La reazione dei mercati petroliferi è stata immediata, con i prezzi del Brent e del West Texas Intermediate in rialzo. Al momento in cui si scrive, il petrolio del Mare del Nord sale del 2,7%, a 108,50 dollari al barile, mentre il Wti è in crescita del 3,14% a 104,35 dollari. Trump e Xi hanno concluso il summit di due giorni, con le ultime sessioni che hanno incluso tè, pranzo e incontri finali prima della partenza di Trump verso gli Stati Uniti. Dal meeting sono emersi molti aspetti importanti, che potrebbero avere effetti notevoli sui mercati nelle prossime settimane.
In questo articolo:
- Petrolio: perché l’accordo Trump-Xi ha fatto aumentare i prezzi
- Petrolio: ora la riapertura di Hormuz
- Cosa significa tutto questo per l’Europa
Petrolio: perché l’accordo Trump-Xi ha fatto aumentare i prezzi
La Cina non ha ancora confermato gli acquisti energetici ma, dopo le dichiarazioni di Trump, dovrebbe essere solo una formalità. Lo conferma la reazione dei prezzi del petrolio, tornati a salire dopo una breve fase di lateralità in attesa degli sviluppi sulla guerra in Iran. Ma perché ciò è avvenuto? Anche se l’accordo tra i due leader mondiali non è ancora operativo, i trader hanno interpretato il segnale come un fattore rialzista per la domanda. La Cina è il più grande importatore di greggio al mondo. Se aumenta gli acquisti, cresce automaticamente la richiesta di petrolio, con gli esportatori americani che potrebbero spedire più barili all’estero e il mercato che potrebbe scontare consumi energetici più forti. È bastata, dunque, l’aspettativa per muovere i future dell’oro nero.
C’è anche un fattore politico-economico da tenere presente. Nel momento in cui Washington e Pechino collaborano, gli investitori prevedono una crescita del commercio globale e mostrano maggiore ottimismo sull’economia, il che implica un aumento del consumo di energia e carburanti.
Petrolio: ora la riapertura di Hormuz
L’aspetto interessante è che il petrolio è in rally anche dopo che Trump e Xi hanno condiviso l’impegno a riaprire definitivamente lo Stretto di Hormuz. “Il presidente Xi ha inoltre chiarito l’opposizione della Cina alla militarizzazione dello Stretto e a qualsiasi tentativo di imporre un pedaggio per il suo utilizzo”, ha affermato un funzionario della Casa Bianca.
Allo stesso tempo, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha dichiarato che è nell’interesse della Cina mantenere aperto il canale da cui transita circa il 20% del petrolio e del gas a livello globale. Per questo motivo, Pechino “lavorerà dietro le quinte per contribuire alla riapertura”, ha aggiunto. Il punto è che Teheran rivendica il controllo dello stretto e la situazione di stallo rischia di generare una crisi energetica di proporzioni gigantesche, mentre le quotazioni del greggio continuano a salire.
Cosa significa tutto questo per l’Europa
Quanto sta accadendo è cruciale per l’Europa, perché combina tre elementi delicati: energia, geopolitica e dipendenza economica. Se Usa e Cina si coordinano sull’energia, questa potrebbe diventare più cara per i Paesi europei. Aumentando i costi di carburante e trasporti, infatti, salgono anche i costi di produzione per industrie e logistica, con la conseguenza di accrescere la pressione inflazionistica. Rispetto agli Stati Uniti, l’eurozona è più vulnerabile, poiché non è autosufficiente dal punto di vista energetico.
Inoltre, con una parte del greggio americano assorbita dalla Cina, Bruxelles potrebbe dover acquistare più petrolio dal Medio Oriente e dall’Africa. Ciò comporterebbe un aumento della competizione per le forniture globali, riducendo il potere contrattuale europeo. Ne consegue che i prezzi del petrolio potrebbero mantenersi elevati e che, inoltre, le importazioni del Vecchio Continente resterebbero legate a rotte marittime sensibili.
Tutto questo potrebbe avere ripercussioni economiche importanti, soprattutto se la Banca centrale europea fosse costretta a intervenire aumentando i tassi di interesse per frenare l’inflazione. In altri termini, la crescita economica europea potrebbe rallentare, dando luogo a uno degli scenari peggiori per la regione: shock energetico e crescita debole.









