Piano Draghi: i punti chiave del rapporto per il futuro dell’UE

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Difesa, industria, transizione verde. Mario Draghi ha presentato a Bruxelles il suo rapporto sul futuro della competitività europea con queste tre parole chiave. Nel Piano Draghi, strutturato in 5 aree d’intervento e 15 raccomandazioni politiche di settore e orizzontali, l’ex presidente della BCE chiede un cambiamentoradicale, urgente e concreto” per l’Unione europea. “Questo rapporto esce in un momento difficile per il nostro continente. Dovremmo abbandonare l’illusione che solo la procrastinazione possa preservare il consenso. In realtà, ha prodotto solo una crescita più lenta e non ha certamente ottenuto più approvazione. Siamo arrivati al punto in cui, senza azione, dovremo compromettere il nostro benessere, il nostro ambiente o la nostra libertà”, ha spiegato l’ex premier italiano nella conferenza stampa di presentazione.

 

I punti chiave del Piano Draghi

“Affinché la strategia delineata in questo rapporto abbia successo, dobbiamo iniziare con una valutazione comune della nostra posizione, degli obiettivi a cui vogliamo dare priorità, dei rischi che vogliamo evitare e dei compromessi che siamo disposti a fare”, ha sottolineato Draghi. “Dobbiamo garantire che le nostre istituzioni elette democraticamente siano al centro di questi dibattiti. Le riforme possono essere veramente ambiziose e sostenibili solo se godono del sostegno democratico. E dobbiamo assumere una nuova posizione nei confronti della cooperazione: nell’eliminazione degli ostacoli, nell’armonizzazione di regole e leggi e nel coordinamento delle politiche”, ha aggiunto l’economista.

“Sebbene l’Europa debba avanzare con l’Unione dei mercati dei capitali, il settore privato non sarà in grado di fare la parte del leone nel finanziamento degli investimenti senza il sostegno del settore pubblico”, ha ricordato più volte. Se l’Unione europea vuole riprendere a crescere e tornare ad essere competitiva a livello internazionale, la strada da seguire nei prossimi anni è quella che passa per la decarbonizzazione, l’innovazione tecnologica, la difesa e gli investimenti pubblici. Con la necessità di riforme istituzionali e di cooperazione efficace tra i 27 Paesi membri che assicurino l’inclusione e l’equità sociale, ecco i punti salienti del report, commissionato un anno fa e pubblicato ufficialmente dalla Commissione.

 

Colmare il divario di innovazione

Per tornare a crescere l’Unione europea deve concentrare i suoi sforzi collettivi sul superamento del gap tecnologico con gli Stati Uniti e la Cina, soprattutto nelle tecnologie avanzate. L’UE spende troppo poco in ricerca e innovazione, manca di dinamismo e frappone troppi ostacoli burocratici alla commercializzazione con norme incoerenti e restrittive. È necessario integrare l’IA nelle industrie esistenti, sbloccare il potenziale innovativo presente in Europa e fornire le competenze di cui cittadine e cittadini hanno bisogno per trarre vantaggio dalle nuove tecnologie. All’innovazione deve sempre affiancarsi l’inclusione sociale: è fondamentale offrire opportunità di istruzione e di apprendimento per adulti e posti di lavoro dignitosi per tutte e per tutti lungo l’intero arco della vita.

 

Combinare decarbonizzazione e competitività

La decarbonizzazione deve diventare un’opportunità, senza opporsi alla competitività e alla crescita. L’assunto di partenza è che i costi dell’energia sono uno dei principali ostacoli alla competitività europea: bisogna ridurli. Le aziende europee continuano a pagare tariffe dell’elettricità in media 2-3 volte più alte e prezzi del gas naturale 4-5 volte superiori rispetto agli Stati Uniti. Implicitamente Draghi fa capire che il Green Deal europeo, lanciato nel gennaio del 2020 con l’obiettivo di raggiungere la neutralità climatica entro il 2050, è stato varato senza preoccuparsi del mercato del gas, procurando a imprese e consumatori danni che il price cap non è riuscito a risolvere. Cambiare le regole di mercato e favorire un piano congiunto di produttori di energia e industrie per le tecnologie pulite e automotive diventa essenziale.

 

Incrementare la sicurezza e ridurre le dipendenze

La protezione della sicurezza statunitense non è più garantita: nel Piano Draghi la difesa è un prerequisito per la crescita sostenibile poiché l’Unione europea, in un’epoca di grossi shock geopolitici dall’Ucraina al Medio Oriente, non può più farne a meno. In tal senso, occorre ridurre la frammentazione nella spesa militare e favorire la produzione in scala: l’UE è seconda per spesa militare, ma il 78% degli appalti di difesa vanno a Stati terzi. Legata alla sicurezza è la questione delle dipendenze dalle importazioni di tecnologia digitale, in particolare microchip e CRM, le materie prime critiche. La leva per abbattere la forte concorrenza cinese è espandere e riaprire le miniere presenti in Europa, dialogare con partner affidabili ricchi di risorse e favorire una politica economica estera comune per mantenere il cosiddetto statecraft.

 

Finanziare gli investimenti

La competitività europea necessita di un mix di finanziamento pubblico e capitali privati. Il Piano Draghi preme per l’attuazione dell’Unione dei mercati dei capitali, per la condivisione del debito e per l’emissione di titoli comuni. Una proposta che non piace alla Germania e ai frugali Austria, Paesi Bassi e Finlandia perché potrebbe portare ad un livello di debito complessivo troppo elevato. Parlando al Bundestag, Christian Lindner ha già bocciato la proposta degli eurobond. “Ogni singolo Paese dell’Unione europea deve continuare ad assumersi la responsabilità dei propri conti pubblici: la responsabilità non è solo uno strumento importante nel settore privato per evitare rischi irresponsabili, ma lo stesso vale anche tra le nazioni”, ha dichiarato il ministro delle Finanze tedesco. La contro-proposta di Lindner è puntare sulla crescita.

 

Rafforzare la governance

Un caposaldo del report è lo snellimento delle impalcature politico-normaltive. L’eccesso di regolamentazione penalizza la produttività e la competitività europee. Il processo legislativo ha un tempo medio di 19 mesi per l’approvazione di nuove leggi, dalla proposta della Commissione alla firma dell’atto adottato, senza considerare l’attuazione negli Stati membri. Il rapporto cita un sondaggio secondo il quale il 60% delle imprese europee lamenta l’eccesso di norme comunitarie come un pesante onere. Il Piano Draghi chiede alla Commissione l’introduzione di una vicepresidenza dedicata a questa materia e agli Stati membri uno sforzo di coordinamento. L’efficacia collettiva si raggiunge aumentando le decisioni a maggioranza qualificata ed eliminando i veti dei singoli Stati. Dove non sarà possibile andare avanti a 27, si dovrà farlo con cooperazioni rafforzate e con accordi intergovernativi.

 

Le 15 raccomandazioni per politiche di settore e orizzontali

La seconda parte del rapporto, dedicata ad un’analisi approfondita delle strategie da adottare con obiettivi, raccomandazioni, proposte specifiche, costi e coperture, individua 10 politiche industriali settoriali e 5 politiche trasversali. Le horizontal policies da attuare sono:

 

  • l’accelerazione dell’innovazione;
  • la formazione continua per colmare il deficit di competenze;
  • il sostegno agli investimenti;
  • il rinnovamento della concorrenza;
  • il rafforzamento della governance.

 

Le aree delle politiche di settore su cui intervenire per un’Unione europea più forte, politica e competitiva sono:

 

  • l’energia;
  • le materie prime essenziali;
  • la digitalizzazione e la tecnologia avanzata;
  • la banda ultralarga per reti ad altissima velocità;
  • il computing e l’intelligenza artificiale;
  • i semiconduttori;
  • le industrie ad alta intensità energetica;
  • le tecnologie pulite;
  • l’automotive;
  • la difesa;
  • lo spazio;
  • il segmento farmaceutico;
  • i trasporti.

 

Per le 170 proposte “attuabili fin da subito” che compongono il rapporto, servono 800 miliardi di euro all’anno di investimenti aggiuntivi, anche con i controversi titoli comuni: il doppio del Piano Marshall per la ricostruzione dell’Europa dopo la Seconda guerra mondiale. La quota di investimenti dovrà aumentare per una cifra pari al 5% del PIL. Per fare un raffronto, gli investimenti aggiuntivi dello European Recovery Program di George Marshall ammontavano a circa l’1-2% del prodotto interno lordo. Occorre una puntuale volontà politica per attuare i nodi cruciali di questa strategia: Ursula von der Leyen ha già assicurato che nelle linee guida per i prossimi cinque anni della sua presidenza dell’esecutivo UE saranno presenti buona parte delle indicazioni ricevute nel rapporto di Mario Draghi.

Immagine di Alessandro Zoppo

Alessandro Zoppo

Ascolta musica e guarda cinema da quando aveva 6 anni. Orgogliosamente sannita ma romano d'adozione, Alessandro scrive per siti web e riviste occupandosi di cultura, economia, finanza, politica e sport. Impegnato anche in festival e rassegne di cinema, Alessandro è tra gli autori di Borsa&Finanza da aprile 2022 dove si occupa prevalentemente di temi legati alla finanza personale, al Fintech e alla tecnologia.

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