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Recessione USA: i segnali che preoccupano gli analisti

Recessione USA in arrivo

La prospettiva che gli Stati Uniti possano entrare in recessione, prevedibilmente trainando con loro l’Europa, si sta radicando nella mente degli analisti finanziari. La riunione della Federal Reserve di ieri, conclusasi con un rialzo dei tassi di interesse sui Fed fund dello 0,75%, il più alto dal 1994, ha aumentato questa percezione nella mente degli analisti.

Salman Ahmed, global head of Macro & Strategic Asset Allocation di Fidelity International, ha commentato così la decisione del Comitato di politica monetaria della FED:

“Pensiamo che il continuo e aggressivo inasprimento delle condizioni finanziarie, significativamente superiore al 2013 e al 2018, porterà probabilmente a un grave e brusco rallentamento della crescita nei prossimi mesi. Stiamo già vedendo segnali di debolezza nei consumi, ad esempio l’ultimo dato delle vendite al dettaglio USA”.

 

Segnali di recessione USA

Sono almeno quattro i segnali che portano a pensare che una recessione negli USA, almeno di breve periodo, sia possibile:

  • Inversione della curva dei rendimenti. Non è mai un buon segnale per l’economia quando il tasso di rendimento dei Treasury a breve termine supera quello dei Treasury a lungo termine. È accaduto pochi giorni fa, il 13 giugno, e ancora oggi la curva dei rendimenti USA è piatta sul tratto che va dai due ai dieci anni.
  • Aumento delle sospensioni dal lavoro e dei licenziamenti. Forse il dato che colpisce di più è quello che arriva dai settori tecnologici che, dopo la sbornia del 2020-2021, hanno visto arrivare più difficoltà e tutte insieme. Inflazione, tassi di interesse in aumento, interruzioni delle catene di fornitura. Il risultato sono oltre 19.000 lavoratori lasciati a casa alla metà del mese di giugno. Il dato lo ha rilanciato Crunchbase, sito di news specializzato sulle società tecnologiche. Basti pensare al 18% della forza lavoro di Coinbase, al 2% di Netflix, al 9% di Robinhood, solo per citare qualche nome.
  • Riduzione delle vendite al dettaglio. Un primo segnale di cedimento delle vendite al dettaglio sotto i colpi dell’inflazione è arrivato dal dato di maggio che negli USA, per la prima volta da cinque mesi, ha segnato una flessione: -0,3%.
  • Nuove licenze edilizie ai minimi da cinque mesi.

Il rallentamento dell’economia è quindi già evidente nei dati. La stessa FED ieri ha reso note le sue previsioni. La crescita USA nel 2022 dovrebbe attestarsi all’1,7% contro una stima che solo tre mesi fa era di +2,8%.

 

Il problema per la FED è l’inflazione

Un’altra previsione, quella contenuta nei “dot plot” dei membri della Federal Reserve, conferma come in questo momento la preoccupazione principale sia l’inflazione e non la crescita. Le previsioni sui tassi dei membri del Comitato di politica monetaria della FED indicano almeno un altro rialzo dello 0,75% prima della fine dell’anno con i tassi al 3,4% rispetto all’1,9% previsto per la fine dell’anno soltanto tre mesi fa.

Anche tra i big della finanza statunitensi la recessione è quasi una certezza. L’AD di Goldman Sachs, Lloyd Blankfein la ritiene un rischio “molto, molto alto” mentre il ceo di Wells Fargo Charlie Scharf ha affermato “senza dubbio” che l’economia a stelle e strisce stia andando incontro a un arretramento mentre l’ex presidente della FED Ben Bernanke ha da tempo avvertito sull’avvicinarsi di un periodo di stagflazione.

 

Recessione da affrontare in difesa

Tina Fong, strategist di Schroders, ha analizzato i dati storici sul comportamento di differenti stili di investimento durante i periodi di rallentamento dell’economia. Forse non sorprenderà nessuno sapere che la scelta difensiva appare la migliore.

“Le nostre analisi storiche – spiega Fong – mostrano che in scenari di attività economica che rallenta, inflazione in aumento e inasprimento delle politiche delle banche centrali, gli stili azionari più difensivi tendono a performare meglio. Le small cap si sono invece rivelate le più deboli durante le fasi di rallentamento, dato che queste società hanno un minor potere di determinazione dei prezzi rispetto alle large cap e risentono particolarmente della compressione dei margini di profitto dovuta all’aumento dei costi. I titoli value, infine, hanno registrato una performance migliore rispetto alle loro controparti growth”.

La prospettiva, dal punto di vista dell’analisi sui dati storici, è che se i rendimenti reali continuassero a salire, i titoli value potrebbero continuare a sovraperformare i titoli growth.

AUTORE

Alessandro Piu

Alessandro Piu

Giornalista, scrive di economia, finanza e risparmio dal 2004. Laureato in economia, ha lavorato dapprima per il sito Spystocks.com, poi per i portali del gruppo Brown Editore (finanza.com; finanzaonline.com; borse.it e wallstreetitalia.com). È stato caporedattore del mensile Wall Street Italia. Da giugno 2022 è entrato a far parte della redazione di Borsa&Finanza.

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