Le small cap Usa tornano al centro del dibattito. Dopo anni di sottoperformance rispetto alle large cap, penalizzate dalla concentrazione dei rendimenti su un gruppo ristretto di mega-cap tecnologiche e dall’impatto dei tassi elevati sul loro profilo debitorio, segnali sempre più nitidi indicano un possibile cambio di leadership. Valutazioni ai minimi degli ultimi 25 anni, utili in ripresa e una resilienza inattesa nelle fasi di volatilità alimentano la tesi di un’inversione strutturale. Borsa&Finanza ne ha parlato con Brendan Hartman (nella foto), portfolio manager di Royce Investment Partners, parte di Franklin Templeton.
Le small cap americane hanno sottoperformato le large cap per diversi anni consecutivi. Siamo arrivati a un punto di svolta strutturale o si tratta di un rimbalzo ciclico destinato a esaurirsi?
Riteniamo che l’attuale fase favorevole alle small cap sia destinata a proseguire. I mercati, infatti, raramente segnalano in modo esplicito e inequivocabile i propri punti di svolta; più spesso, questi emergono attraverso segnali sottili e talvolta contraddittori. Negli ultimi anni, i rendimenti sono stati trainati da un gruppo ristretto di società a grande capitalizzazione. Una concentrazione di questo tipo tende a sostenere gli indici principali – come è avvenuto per gran parte dell’ultimo decennio – ma può al tempo stesso mascherare le dinamiche sottostanti. Le fasi iniziali di una transizione verso una partecipazione più ampia del mercato si caratterizzano spesso per un indebolimento della leadership ai vertici, in concomitanza a una migliore tenuta del titolo medio: una dinamica che riteniamo sia già in atto. Storicamente, tali contesti hanno coinciso con punti di flesso nella performance relativa delle small cap. Nei cicli passati – in particolare a metà degli anni ’70 e nei primi anni 2000 – le società a minore capitalizzazione provenivano da lunghi periodi di sottoperformance e trattavano a valutazioni depresse, prima di avviare una fase prolungata di leadership. A nostro avviso, l’attuale contesto presenta analogie rilevanti.
Nonostante il recupero registrato dopo i minimi di aprile 2025 per il mercato azionario statunitense, le small cap restano sottorappresentate rispetto al loro peso storico. L’indice Russell 2000, ad esempio, rappresentava solo il 4,6% del Russell 3000 a fine marzo, ben al di sotto della media di lungo periodo del 7,6%. Al contempo, le valutazioni rimangono decisamente più interessanti rispetto alle large cap: secondo la metrica EV/EBIT (valore d’impresa sugli utili operativi), i livelli relativi sono ancora prossimi ai minimi degli ultimi 25 anni. Ulteriori segnali di questo possibile cambiamento emergono dal comportamento delle small cap nelle recenti fasi di stress e volatilità. Nel primo trimestre del 2026, tali titoli hanno mostrato una notevole resilienza in un contesto di mercato instabile: il Russell 2000 ha registrato un modesto rialzo dello 0,9%, mentre le large cap hanno subito flessioni significative, evidenziando una divergenza storicamente rara. Nel 2026, la leadership all’interno del segmento small cap è rimasta solida, con le micro-cap in prima linea. Queste ultime continuano a sovraperformare, proseguendo una tendenza pluritrimestrale avviata dopo i minimi di mercato dell’aprile 2025. In particolare, il Russell Microcap Index ha registrato un incremento dell’84,1% tra l’8 aprile 2025 e il 30 aprile 2026. Parallelamente, la dinamica di fondo continua a indicare un progressivo ampliamento della partecipazione al rialzo. Il titolo medio – misurato attraverso l’S&P 500 equiponderato – ha infatti mostrato una maggiore tenuta rispetto all’indice ponderato per capitalizzazione durante le fasi di volatilità elevata. Dal nostro punto di vista, un elemento particolarmente rilevante è rappresentato dal fatto che molte small cap stanno uscendo da una fase pluriennale di rallentamento degli utili, con prospettive di crescita in miglioramento. Questo potrebbe fornire un importante supporto fondamentale, in grado di affiancarsi al rafforzamento del sentiment di mercato.
I tassi d’interesse elevati hanno penalizzato le small cap più delle large cap, anche per la maggiore esposizione al debito a tasso variabile. Come sta cambiando la vostra analisi del rischio finanziario nella selezione dei titoli in questo contesto?
In linea generale tendiamo a evitare società caratterizzate da un elevato livello di indebitamento, salvo che non emergano elementi in grado di giustificarlo, come ad esempio un percorso di turnaround credibile e ormai prossimo al successo. Il nostro processo di selezione si basa su un approccio value, orientato all’individuazione di titoli a sconto sotto il profilo statistico, che presentino criticità che riteniamo risolvibili e/o temporanee e che dispongano di un catalizzatore in grado di colmare il gap di valutazione. Ci concentriamo su società con multipli contenuti—misurati principalmente attraverso rapporti prezzo/vendite e prezzo/valore contabile—in un’ottica di massimizzazione del margine di sicurezza. Siamo consapevoli che volatilità e rischio non coincidono e puntiamo a sfruttare le fasi di volatilità per generare rendimento, individuando opportunità in segmenti in cui riteniamo di poter ottenere un vantaggio, come micro-cap, storie di turnaround e situazioni distressed. A livello più generale, l’aumento dei tassi di interesse non ha rappresentato un ostacolo per la performance delle small cap, come evidenziano chiaramente i risultati più recenti di questa asset class.
Le small cap sono spesso considerate un indicatore anticipatore dell’economia reale americana. Cosa stanno segnalando oggi i fondamentali delle aziende in portafoglio rispetto alle prospettive di crescita negli Stati Uniti?
Non riteniamo che la performance delle small cap rappresenti necessariamente un indicatore anticipatore della salute dell’economia statunitense, anche alla luce della complessità e dell’ampiezza del sistema economico Usa. Ciò premesso, il nostro outlook di lungo periodo resta positivo e si fonda su una visione costruttiva del contesto macroeconomico. La recente volatilità sta offrendo opportunità interessanti sia per incrementare l’esposizione su posizioni già in portafoglio—società che hanno subito forti correzioni ma per le quali manteniamo una valutazione positiva nel lungo termine—sia per individuare nuove idee di investimento. In prospettiva, riteniamo che la tesi a favore della leadership delle small cap resti solida. Essa si basa su una combinazione piuttosto rara ma promettente: valutazioni relativamente contenute rispetto alle large cap e prospettive di crescita degli utili più sostenute. Diversi fattori potrebbero inoltre fungere da catalizzatori di questo scenario, tra cui il reshoring delle attività produttive e i continui investimenti in infrastrutture. A ciò si aggiungono la possibile riattivazione di un ciclo favorevole di investimenti in capitale (CapEx) e i benefici per le small cap coinvolte nella filiera infrastrutturale dell’intelligenza artificiale, ovvero quelle aziende cosiddette “picks & shovels”.
Per un investitore europeo o italiano che guarda alle small cap Usa, qual è l’argomento più solido a favore di un’allocazione in questo segmento oggi, e quali sono i rischi che non andrebbero sottovalutati?
Riteniamo che il principale argomento a favore delle small cap statunitensi sia la loro capacità di sovraperformare, nel lungo periodo, le large cap Usa. Inoltre, sin dagli anni ’30, le small cap americane hanno costantemente registrato rendimenti superiori all’inflazione in ogni decade. Tuttavia, questi investimenti presentano anche alcuni rischi: le small cap tendono a essere più volatili rispetto ai titoli a maggiore capitalizzazione e spesso sono caratterizzate da volumi di negoziazione significativamente inferiori. Di conseguenza, il fondo può comportare un rischio di perdita più elevato e rendimenti che possono differire in misura significativa rispetto a quelli di fondi che investono in large cap o in altre asset class.









