Small cap Usa, la rivincita delle piccole: accelerano e sfidano i colossi di Wall Street

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C’è un indice che quest’anno ha fatto meglio di tutti i principali benchmark statunitensi, eppure continua a essere ignorato dalla maggior parte degli investitori istituzionali. È il Russell 2000, il riferimento per le small cap Usa, che da inizio anno segna un progresso superiore al 13%,  più del doppio rispetto all’S&P 500. Secondo Chris Galipeau, senior market strategist di Franklin Templeton Institute, e Frank Gannon, co-chief investment officer di Royce, i segnali in atto indicano l’avvio di un ciclo strutturale di sovraperformance, sostenuto da un’inversione del ciclo degli utili, da valutazioni ancora depresse e da una serie di catalizzatori macro e settoriali. Con la maggior parte degli investitori ancora sottopesata sul segmento, il quadro delineato dai due gestori suggerisce che il riposizionamento sia appena iniziato.

 

In questo articolo:

 

  • Usa, i tre driver che tengono in piedi l’economia
  • Small cap Usa, il peggio è alle spalle
  • Oltre il ciclo degli utili, i fattori che sostengono le small cap Usa

 

Usa, i tre driver che tengono in piedi l’economia

L’inizio del secontro trimestre del 2026 si conferma complessivamente solido per il contesto macroeconomico statunitense e questo principalmente per tre fattori principali. Il primo riguarda gli investimenti in conto capitale: la spesa delle grandi aziende tecnologiche come Google, Apple, Amazon prosegue senza segnali di rallentamento, trasformandosi ormai in un vero e proprio ciclo strutturale pluriennale. Il secondo asse è rappresentato dai consumi privati, che negli Stati Uniti costituiscono circa due terzi del Pil. I dati del primo trimestre 2026 mostrano una crescita della spesa nell’ordine del 5-6% su base annua, nonostante le incertezze geopolitiche e il rialzo dei prezzi energetici. La tenuta è confermata in modo uniforme dai risultati di JPMorgan, Bank of America, Citibank e Wells Fargo lungo tutto il 2025 e nel primo trimestre dell’anno in corso, nonché da operatori dei consumi come Starbucks, Pepsi, Coca-Cola e General Motors, e dai principali circuiti di pagamento come Visa, Mastercard e Capital One.

Il terzo fattore è la politica fiscale: i rimborsi fiscali crescono di circa il 15% su base annua, per un ammontare complessivo stimato tra 100 e 150 miliardi di dollari aggiuntivi restituiti ai contribuenti, con effetti parzialmente compensativi sull’aumento del costo della vita. A questi tre elementi si aggiunge la possibilità, non ancora certa, di un allentamento monetario nella seconda metà dell’anno, variabile di rilievo per un segmento come le small cap, nel quale circa il 40% del debito societario è indicizzato a tassi variabili.

 

Small cap Usa, il peggio è alle spalle

È in questo contesto macro favorevole che il ciclo degli utili delle small cap ha completato la propria inversione. Dopo una contrazione protrattasi nel biennio 2023-2024, il punto di minimo è stato raggiunto verso la fine del 2025, con un’inversione di tendenza già in atto. Le proiezioni per il 2026 e il 2027 indicano una crescita degli utili per azione potenzialmente superiore a quella delle large cap, con il Russell 2000 posizionato come il segmento con la dinamica eps più accelerata del mercato statunitense. I segnali anticipatori di questa transizione erano già emersi nell’estate del 2024, quando il mercato aveva iniziato a prezzare il miglioramento prospettico degli utili prima che questo si materializzasse nei dati consuntivi.

Le stime per tutti i principali indici azionari — large, mid e small cap, sia in chiave growth che value — sono state riviste al rialzo in modo continuativo dall’inizio dell’anno fino a fine aprile 2026. Nel solo primo trimestre, gli utili dell’S&P 500 hanno registrato una crescita di circa il 15% su base annua, con dinamiche analoghe nei segmenti a minore capitalizzazione. Dal punto di vista delle valutazioni, le small cap risultano ancora scambiate a multipli inferiori rispetto alle large cap, in parte perché i prezzi riflettono ancora la precedente fase di utili depressi, una condizione che, a parità di miglioramento dei fondamentali, incorpora un potenziale di apprezzamento aggiuntivo. A questo si aggiunge il tema della concentrazione degli indici: il forte apprezzamento dei titoli mega-cap tecnologici ne ha aumentato significativamente il peso, generando rischi di concentrazione nei portafogli che rafforzano strutturalmente l’argomento a favore di una diversificazione verso segmenti meno rappresentati. “Una sottoponderazione nelle small cap può avere implicazioni significative nel lungo periodo. Si rischia di escludere un ampio universo di società meno visibili ma ben posizionate”, sottolineano i gestori.

 

Oltre il ciclo degli utili, i fattori che sostengono le small cap Usa

Al miglioramento del ciclo degli utili si affianca una serie di catalizzatori strutturali che amplificano le prospettive del segmento nel medio-lungo periodo. Il reshoring industriale genera una domanda crescente e di lungo periodo per fornitori e operatori domestici, categoria nella quale le small cap hanno una presenza rilevante. Le misure fiscali recenti introducono la possibilità di ammortamento integrale della spesa in conto capitale e delle attività di ricerca e sviluppo, con un impatto diretto e significativo sulle imprese di dimensioni più contenute. La deregolamentazione tende storicamente a produrre benefici più marcati proprio sul segmento small cap.

Sul fronte dell’intelligenza artificiale, l’adozione non è limitata alle grandi piattaforme: numerose aziende a bassa capitalizzazione nei settori tecnologico, industriale e dei materiali sono integrate nella catena di fornitura dell’AI o ne stanno incorporando gli strumenti per incrementare produttività, leva operativa e margini. Sul piano della volatilità, il segmento ha registrato nel primo trimestre 2026 una correzione di circa l’11%. Storicamente, le small cap presentano flessioni intra-annuali medie nell’ordine del 19,6%, a fronte di rendimenti annuali medi positivi di circa il 10%: un profilo che suggerisce di interpretare le correzioni come finestre di ingresso, non come segnali di deterioramento strutturale. Infine, la minore copertura analitica che caratterizza l’universo small cap genera inefficienze informative sistematiche. Sebbene una quota significativa dell’universo includa società non profittevoli, il numero assoluto di aziende con fondamentali solidi, capacità di generazione di utili e flussi di cassa rimane elevato, offrendo un bacino di opportunità ampio per la gestione attiva. Una dinamica aggiuntiva riguarda i rapporti con il private equity: in un contesto in cui molti operatori incontrano difficoltà nelle exit, alcune small cap di maggiore qualità caratterizzate da bilanci solidi e autofinanziamento stanno acquisendo aziende da questi operatori, spesso a valutazioni interessanti rispetto ai prezzi precedentemente attribuiti. 

Immagine di Hillary Di Lernia

Hillary Di Lernia

Classe 1994 e laureata in scienze della comunicazione, si è specializzata in sociologia conseguendo successivamente un master in criminologia. Giornalista pubblicista, ha collaborato con diverse testate finanziarie tra cui Bluerating e Milano Finanza, occupandosi di risparmio gestito e approfondimenti sui mercati finanziari. Oggi svolge anche la professione di criminologa e giornalista d’inchiesta, con particolare attenzione alle dinamiche sociali, economiche e criminali.

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