Il conflitto in Medio Oriente è tornato a imporsi come variabile centrale nell’analisi del merito di credito dei Paesi sovrani. È questo il messaggio emerso dal webinar di S&P Global Ratings del 12 marzo, in cui l’agenzia ha spiegato che i rischi geopolitici si stanno ormai “cristallizzando” come fattore strutturale nelle valutazioni sui debiti pubblici. Nello scenario di base, S&P ipotizza una durata relativamente breve delle tensioni, attorno a un mese, ma avverte che un prolungamento del conflitto amplierebbe l’impatto tra regioni, aggravando il sentiment risk-off e mettendo sotto pressione soprattutto i Paesi importatori netti di energia e quelli con vulnerabilità economiche già presenti.
In questo articolo:
- Il rischio geopolitico rientra stabilmente nel credito sovrano
- Europa, nuova pressione su finanza pubblica ed energia
- Italia, tra outlook positiva e dipendenza energetica
Il rischio geopolitico rientra stabilmente nel credito sovrano
Secondo S&P, la durata e la portata dello scontro restano gli elementi decisivi per misurarne l’effetto sul credito. Nello schema illustrato dall’agenzia, uno scenario di breve durata comporterebbe danni limitati e circoscritti, mentre un conflitto più lungo potrebbe tradursi in chiusure parziali o prolungate dello Stretto di Hormuz, interruzioni dell’offerta di petrolio, gas naturale liquefatto e altre commodity, con conseguente rialzo durevole dei prezzi energetici.
L’agenzia segnala inoltre che, al di là del petrolio, la crisi coinvolge anche il mercato del Gnl: nella presentazione viene ricordato che Qatar Energy ha dichiarato force majeure agli acquirenti di Gnl il 4 marzo 2026. In Asia, dove si concentra una parte rilevante delle importazioni di greggio mediorientale, S&P evidenzia che la capacità di tenuta dipenderà anche dalle riserve disponibili, proprio perché il mercato continua a prezzare, per ora, uno shock di durata contenuta.
“Non vogliamo affrettarci e dire che le cose vanno male”, ha affermato Roberto Sifon-Arevalo, analista capo del settore sovrano globale di S&P, che ha evidenziato come l’Asia sia la seconda regione più esposta, poiché molti dei suoi paesi sono importanti importatori di petrolio e gas del Golfo. India, Thailandia e Indonesia hanno riserve di petrolio relativamente inferiori, mentre la regione ha già paesi fortemente indebitati come Pakistan, Bangladesh e Sri Lanka, le cui finanze sarebbero ulteriormente danneggiate dall’aumento dei prezzi dell’energia.
Europa, nuova pressione su finanza pubblica ed energia
Per l’Europa il tema non è solo geopolitico, ma anche fiscale ed energetico. Nell’ultimo mese i prezzi di riferimento di petrolio e gas sono saliti rispettivamente del 28% e del 52%, spinti dai timori di uno shock globale dell’offerta energetica legato alla quasi chiusura dello Stretto di Hormuz. S&P osserva però che l’Europa arriva a questa nuova fase di tensione più preparata rispetto al passato. L’Unione europea ha iniziato il 2026 con un’intensità energetica media del Pil inferiore del 31% rispetto al 2019, e circa metà di questa riduzione si è prodotta dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Dallo stesso anno, il consumo energetico complessivo nell’Ue è diminuito del 13%, mentre negli Stati Uniti è aumentato. Restano tuttavia più esposte alcune economie europee fortemente dipendenti dalle importazioni di idrocarburi e caratterizzate da un tessuto manifatturiero ampio ma meno efficiente dal punto di vista energetico. Tra queste S&P indica in particolare Ungheria e Turchia, considerate particolarmente sensibili a un rialzo prolungato dei prezzi del gas, con possibili effetti su inflazione, crescita, bilancia dei pagamenti e conti pubblici. S&P mostra che a marzo 2026 gli outlook negativi riguardano Belgio, Ungheria, Romania e Slovacchia, mentre tra gli outlook positivi figurano Irlanda, Croazia, Cipro e Portogallo e Italia.
L’agenzia affianca a questo quadro un confronto tra le posizioni fiscali del 2026 e quelle pre-pandemia, da cui emerge il peso congiunto di maggiori spese per interessi, spesa sociale e difesa. S&P parla esplicitamente di un possibile “altro shock energetico” per l’Europa e per gli importatori di idrocarburi dell’area Emea, ricordando come il continente resti esposto a eventuali nuove interruzioni o rincari delle forniture.
Italia tra outlook positivo e dipendenza energetica
L’Italia compare nella tabella di S&P tra i Paesi dell’area Emea con rating BBB+ e outlook positivo. Accanto al profilo di rating, l’agenzia di rating richiama però la struttura energetica del Paese, che resta fortemente dipendente dall’estero: il 74% del totale di petrolio e gas è importato, a fronte di un mix composto per il 36% da gas, per il 38% da petrolio, per il 2% da carbone, per il 21% da rinnovabili e per l’assenza di nucleare.
L’intensità energetica del Pil è indicata a 61,8 chilogrammi di petrolio equivalente per 1.000 euro, mentre l’intensità energetica importata del Pil si attesta a 45,5. Nel quadro delineato da S&P, il punto di attenzione per l’Italia non è quindi un outlook negativo, ma la persistenza di una significativa esposizione agli shock energetici esterni.









