Europa, i rialzi di petrolio e gas mangiano la crescita: gli scenari di Goldman Sachs

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Petrolio e gas tornano a essere uno dei principali fattori di instabilità per l’economia europea. Dopo anni in cui l’attenzione degli analisti si era progressivamente spostata verso altri elementi, dalle tensioni commerciali globali alla normalizzazione delle politiche monetarie, le due materie prime sono tornate al centro della scena. E lo hanno fatto nel modo più classico possibile: con prezzi in salita, prospettive di crescita in rallentamento e nuove pressioni sull’inflazione. È questo, in estrema sintesi, il quadro delineato dall’ultimo report elaborato dagli economisti di Goldman Sachs. L’analisi parte da un aggiornamento delle previsioni sui prezzi delle materie prime energetiche e arriva a ridisegnare l’intero scenario macroeconomico europeo per i prossimi due anni. Il messaggio, in sostanza, è piuttosto chiaro: se l’energia continua a rincarare, la crescita economica del continente rischia di rallentare in modo sensibile.

 

In questo articolo: 

 

  • Il rialzo del petrolio e del gas: le nuove previsioni
  • I tre scenari di Goldman Sachs
  • L’impatto per l’Europa
  • Tra petrolio e gas, il rischio per l’Italia

 

Il rialzo del petrolio e del gas: le nuove previsioni

Il nodo centrale riguarda il petrolio. Gli strategist delle materie prime della banca d’affari americana hanno rivisto al rialzo le loro stime sul prezzo del greggio. Il Brent, riferimento globale del mercato petrolifero, è ora previsto in media a 77 dollari al barile nel 2026 e a 71 dollari nel 2027. Si tratta di valori superiori rispetto alle stime precedenti, che indicavano livelli più contenuti. Anche il gas naturale europeo segue una traiettoria simile: i prezzi del TTF, il benchmark del gas scambiato nei mercati del continente, sono ora attesi in media a 46 euro per megawattora nel 2026, contro una previsione precedente di 37 euro.

In altre parole, lo scenario energetico europeo si sta progressivamente deteriorando. E se questi livelli di prezzo dovessero stabilizzarsi, l’impatto sull’economia sarebbe tutt’altro che trascurabile. L’energia è infatti uno dei principali input produttivi dell’economia europea, soprattutto in Paesi con un forte settore industriale. Quando il costo dell’energia aumenta, il meccanismo di trasmissione all’economia reale si attiva quasi automaticamente: salgono i costi per le imprese, aumenta il prezzo finale dei beni e dei servizi, si riduce il potere d’acquisto delle famiglie e, alla fine, rallenta la crescita.

 

I tre scenari di Goldman Sachs

Per comprendere appieno il rischio che si sta profilando all’orizzonte, gli economisti di Goldman Sachs hanno costruito non uno ma tre diversi scenari. Il primo è lo scenario di base, che incorpora le nuove previsioni sui prezzi del petrolio e del gas. Accanto a questo, però, gli analisti hanno ipotizzato due situazioni più estreme, legate a possibili shock geopolitici nel Medio Oriente. Il punto sensibile è lo Stretto di Hormuz, uno dei principali snodi del commercio energetico mondiale. Da qui passa circa un quinto del petrolio trasportato via mare a livello globale. Un’interruzione delle forniture in questa zona potrebbe quindi avere conseguenze immediate sui prezzi del greggio.

Nel cosiddetto scenario “avverso”, gli economisti ipotizzano una interruzione dei flussi energetici attraverso lo stretto per trenta giorni. In questo caso il prezzo del petrolio potrebbe salire rapidamente fino a 130 dollari al barile. Nel caso di uno shock ancora più grave – una interruzione di sessanta giorni – il prezzo potrebbe arrivare a 150 dollari, mantenendosi elevato per un periodo più prolungato. Anche il gas seguirebbe una traiettoria simile, con prezzi che potrebbero salire rispettivamente a 75 e 100 euro per megawattora nei due scenari.

Il motivo per cui queste simulazioni sono particolarmente rilevanti riguarda la fragilità strutturale dell’economia europea rispetto agli shock energetici. A differenza di altre grandi economie globali, come gli Stati Uniti, l’Europa rimane fortemente dipendente dalle importazioni di energia. Questo significa che ogni aumento dei prezzi delle materie prime energetiche tende a tradursi in una perdita di reddito per il continente, che deve pagare di più per acquistare petrolio e gas dall’estero.

 

L’impatto per l’Europa

L’impatto macroeconomico di questo processo è evidente nelle nuove previsioni di crescita elaborate dagli analisti della banca americana. Per l’area dell’euro, gli economisti stimano che il rialzo dei prezzi energetici ridurrà il pil reale di un ulteriore 0,2% entro la fine del 2026 rispetto alle previsioni precedenti. Il dato può sembrare limitato, ma rappresenta solo una parte del quadro complessivo. Se si considera l’intero periodo dall’inizio della guerra tra Iran e Israele, il contesto geopolitico che ha riacceso le tensioni sul mercato energetico, la revisione al ribasso della crescita arriva complessivamente allo 0,4%.

In termini concreti, questo significa che l’economia dell’Eurozona crescerà più lentamente di quanto previsto fino a pochi mesi fa. La banca d’affari stima ora una crescita tendenziale di circa l’1% nel corso dell’anno, un ritmo moderato che riflette le difficoltà di un continente ancora alle prese con una transizione energetica complessa e con un contesto internazionale incerto. Il quadro potrebbe peggiorare ulteriormente negli scenari più negativi. Se il prezzo del petrolio dovesse effettivamente salire verso i livelli ipotizzati negli scenari di crisi, la perdita di crescita per l’Eurozona potrebbe aumentare sensibilmente. Nel caso dello scenario avverso, il pil potrebbe ridursi di circa mezzo punto percentuale rispetto alle previsioni iniziali. Nello scenario più grave, invece, l’impatto potrebbe arrivare quasi all’1% del pil.

Una simile dinamica avrebbe conseguenze significative sulla traiettoria dell’economia europea. Nel caso più estremo, la crescita cumulata dell’Eurozona per il resto dell’anno potrebbe ridursi a circa lo 0,3%. In pratica, il continente si troverebbe a camminare sul filo della stagnazione.

 

Tra petrolio e gas, il rischio per l’Italia

Naturalmente, l’impatto di uno shock energetico non sarebbe uniforme tra i diversi Paesi europei. Alcune economie sono più esposte di altre all’aumento dei prezzi dell’energia, soprattutto a causa della struttura del loro sistema produttivo. Tra le grandi economie dell’area euro, quella che secondo gli economisti di Goldman Sachs risentirebbe maggiormente dell’aumento dei prezzi energetici è l’Italia.

Il motivo è relativamente semplice. L’economia italiana mantiene una forte componente industriale ed è particolarmente dipendente dalle importazioni di energia. A questo si aggiunge una crescita strutturalmente più debole rispetto ad altri Paesi europei, il che rende il sistema economico più vulnerabile agli shock esterni. Subito dopo l’Italia, tra le economie più colpite dall’aumento dei prezzi energetici compaiono la Germania, la Francia e la Spagna.

Immagine di Massimiliano Carrà

Massimiliano Carrà

Classe 1994 e laureato in scienze della comunicazione a Palermo (sua città natale), si è specializzato a Milano sostenendo un Master in Radio e New Media Management & Content al Sole 24 Ore. Iscritto dal 2020 all'Ordine dei Giornalisti pubblicisti, dopo le esperienze in Radio 24, Class Editori, Money.it, Forbes Italia e Il Giornale è entrato nel 2025 in Borsa&Finanza, dove si occupa di approfondimenti macro-economici, startup, interviste e imprenditoria. Ama lo sport, la letteratura, il cinema e il mare. Gli piace visitare posti nuovi e scoprire nuove culture.

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