Stellantis torna al diesel: tutte le marce indietro, dall’elettrico allo smartworking

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Stellantis traccia la via verso il ritorno al diesel. Potrà sembrare un cortocircuito temporale, un’eco che rimbalza indietro di dieci anni, quando il gasolio era ancora la spina dorsale dell’automotive europeo, eppure è ciò che sta accadendo. In silenzio, senza proclami, senza campagne pubblicitarie roboanti, il gruppo guidato da Antonio Filosa ha iniziato a rimettere in listino versioni diesel di almeno sette modelli in Europa. A rivelarlo è un’analisi di Reuters, condotta attraverso i siti web dei concessionari e confermata dalle dichiarazioni ufficiali dell’azienda.

 

In questo articolo:

 

  • Stellantis e il diesel
  • Il crollo del diesel
  • Stellantis, il diesel e i rivali cinesi
  • L’altra marcia indietro

 

Stellantis e il diesel

In un settore che aveva sposato, almeno formalmente, la narrazione dell’addio ai motori a combustione interna, il ritorno del diesel è una marcia indietro strategica. Non un semplice aggiustamento di gamma, ma una dimostrazione evidente che la transizione elettrica non sta procedendo con la velocità promessa. E che i numeri impongono una revisione dei piani.

Da quanto emerso, Stellantis ha iniziato alla fine del 2025 a reintrodurre versioni diesel in Europa per modelli che spaziano dai furgoni alla Peugeot 308 e alla berlina compatta premium DS4. Una risposta a una domanda che, nonostante tutto, non si è mai completamente spenta. “Abbiamo deciso di mantenere i motori diesel nel nostro portafoglio prodotti e, in alcuni casi, di aumentare la nostra offerta di propulsori”, ha dichiarato l’azienda a Reuters. “In Stellantis vogliamo generare crescita, per questo ci concentriamo sulla domanda dei clienti”.

La parola chiave è crescita. Non sostenibilità, non neutralità climatica, non leadership tecnologica. Crescita. In un momento in cui le vendite europee del gruppo sono scese del 3,9% nel 2025 e del 7,3% nel 2024, la priorità è recuperare quote di mercato. E se la domanda di elettrico è inferiore alle aspettative, la risposta non può essere ideologica. Deve essere industriale.

 

Il crollo del diesel

Fino al 2015, i veicoli diesel rappresentavano almeno il 50% delle vendite di auto nuove in Europa. Poi arrivò il Dieselgate, lo scandalo che travolse Volkswagen e mise in discussione l’intero paradigma del gasolio. Le normative si irrigidirono, l’opinione pubblica cambiò atteggiamento, le città iniziarono a vietare l’accesso ai centri storici. Il diesel, da simbolo di efficienza e autonomia, divenne sinonimo di inquinamento e manipolazione.

Oggi, secondo i dati dell’ACEA, nel 2025 i veicoli diesel hanno rappresentato solo il 7,7% delle vendite di auto nuove in Europa, contro il 19,5% delle elettriche pure. Numeri che sembrerebbero decretare la marginalità del gasolio. Ma ci sono alcuni fattori da tenere in considerazione. Le vendite di veicoli elettrici sono state inferiori alle aspettative. Le infrastrutture di ricarica crescono, ma non ovunque con la stessa velocità. I prezzi restano elevati, soprattutto per le famiglie della fascia media. E soprattutto, l’Europa ha iniziato ad allentare gli obiettivi di emissione, consentendo ai motori a combustione di rimanere in circolazione più a lungo.

In questa direzione un assist importante è arrivato dagli Stati Uniti, principale mercato di Stellantis. L’amministrazione di Donald Trump ha segnato un’inversione ancora più netta, con l’abrogazione della constatazione scientifica secondo cui le emissioni di gas serra mettono in pericolo la salute umana e l’eliminazione degli standard sulle emissioni di gas di scarico di auto e camion. Il contesto normativo, dunque, non è più quello di una corsa forzata verso l’elettrico. È un terreno in cui la transizione è ancora l’obiettivo dichiarato, ma i tempi si allungano. E in questo spazio intermedio il diesel ritrova una sua ragion d’essere.

 

Stellantis, il diesel e i rivali cinesi

C’è poi un elemento competitivo che non può essere ignorato. I rivali cinesi, in rapida ascesa, sono specializzati in veicoli elettrici e ibridi plug-in. Non competono nel segmento diesel. Questo significa che per un gruppo come Stellantis il gasolio rappresenta una nicchia difendibile, un’area in cui può vantare know-how, economie di scala e una base clienti consolidata. In un mercato sempre più affollato da nuovi marchi orientali, differenziarsi diventa cruciale. Inoltre, anche se controcorrente, il diesel ha ancora senso per chi percorre lunghe distanze senza possibilità di ricarica frequente o per chi necessita di maggiore potenza per trainare rimorchi. In altre parole, per una parte non trascurabile della clientela europea. Peraltro, la decisione si inserisce in un quadro finanziario complesso.

La scorsa settimana Stellantis ha annunciato una profonda revisione della strategia sull’elettrico, dato che ha comportato oneri per quasi 22,2 miliardi di euro nel corso del secondo semestre del 2025 e una perdita netta compresa tra i 19 e i 21 miliardi di euro. Dati che hanno mandato al tappeto le azioni del titolo, crollato ai minimi di maggio 2020. Da qui anche la decisione di non distribuire alcun dividendo nel 2026 e di valutare, secondo quanto riportato da Bloomberg, l’uscita dalla joint venture americana sulle batterie con la sudcoreana Samsung Sdi.

 

L’altra marcia indietro

Il ritorno al diesel non è l’unica marcia indietro inserita da Stellantis. Con una frase chiara e diretta, ossia “è tempo di tornare in ufficio”, lo stesso Filosa ha tracciato la road map che porterà, entro il 2027, al rientro completo in presenza dei circa 10mila dipendenti italiani che oggi usufruiscono dello smartworking, su un totale di 30mila addetti nel Paese. 

Il nuovo management ha così scelto un’impostazione diversa, già anticipata dal presidente John Elkann e applicata prima negli Stati Uniti e ora anche in Europa. Il confronto con le organizzazioni sindacali si è aperto a decisione sostanzialmente assunta. Le sigle metalmeccaniche hanno sollevato il tema dell’impatto sull’organizzazione della vita dei lavoratori e sugli spazi aziendali, in particolare a Mirafiori, dove sono in corso interventi di ristrutturazione. L’azienda ha chiarito che eventuali situazioni individuali di oggettiva necessità potranno essere valutate caso per caso.

Immagine di Massimiliano Carrà

Massimiliano Carrà

Classe 1994 e laureato in scienze della comunicazione a Palermo (sua città natale), si è specializzato a Milano sostenendo un Master in Radio e New Media Management & Content al Sole 24 Ore. Iscritto dal 2020 all'Ordine dei Giornalisti pubblicisti, dopo le esperienze in Radio 24, Class Editori, Money.it, Forbes Italia e Il Giornale è entrato nel 2025 in Borsa&Finanza, dove si occupa di approfondimenti macro-economici, startup, interviste e imprenditoria. Ama lo sport, la letteratura, il cinema e il mare. Gli piace visitare posti nuovi e scoprire nuove culture.

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