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Titoli di Stato: ecco quanti ne hanno in portafoglio gli italiani

Una vista del palazzo di via Venti Settembre a Roma dove ha sede il Ministero dell'economia e delle finanze

Giorgia Meloni sarà contenta di sapere che la quota di titoli di Stato detenuti dalle famiglie italiane e dalle imprese non finanziarie è tornata ai livelli del 2014. Secondo i dati della Banca d’Italia, aggiornati a fine novembre 2023, le due categorie hanno in mano il 12,4% delle emissioni del Belpaese. Rimane ancora un obiettivo lontano la soglia del 20%, toccata prima del 2008, quando è iniziata la serie di crisi – finanziaria, del debito, sanitaria ed energetica – che hanno gonfiato il debito pubblico.

Forse è a quel livello che la presidente del Consiglio dei ministri vuole puntare quanto sollecita “quelli che stanno un po’ meglio” a dare una mano per “mantenere il debito pubblico in mano italiana”. L’invito della premier risale all’intervista rilasciata il 22 gennaio scorso al programma Quarta Repubblica di Rete4. L’equazione a cui guarda Giorgia Meloni è quella “giapponese”, secondo cui a maggiore debito detenuto dagli investitori locali corrisponde maggiore stabilità.

Equazione giusta, senonché il debito pubblico monstre dell’Italia (2.855 miliardi di euro a fine novembre 2023 secondo Bankitalia) rappresenterebbe comunque un fardello per la crescita economica del Paese. Nel 2022 la spesa per interessi è stata di 82,9 miliardi di euro secondo lo studio “Il debito pubblico in Italia. Analisi e prospettive” della Rome Business School.

“Dedicare una significativa quota del bilancio pubblico alla spesa per gli interessi (interessi passivi) costringe le Istituzioni di governo a disporre di un minore spazio di manovra nella predisposizione della legge di bilancio” afferma la ricerca preparata da Francesco Baldi docente dell’International Master e Valerio Mancini direttore del Centro di ricerca divulgativo della Rome Business School e da Massimiliano Parco, economista del Centro Europa Ricerche.

 

Quanto spazio c’è nei portafogli degli italiani per i titoli di Stato

L’appello per “l’oro alla patria di Giorgia Meloni” si scontra tuttavia con i limiti imposti da una buona gestione degli investimenti che consiglia di non dedicare troppo spazio a una sola asset class, in questo caso i titoli di Stato italiani. Inoltre, secondo Luca Cazzulani, responsabile della ricerca strategica di Unicredit, dopo un 2023 caratterizzato da una domanda molto forte del retail è difficile valutare quanta sia la potenza di fuoco rimasta.

In un report, Unicredit ha evidenziato che il controvalore di titoli di Stato italiano detenuti dai piccoli investitori ammonta a 270 miliardi di euro mentre circa 45 fanno capo a società non finanziarie. Valori che sono cresciuti rispetto alla metà del 2022 a causa sia dell’attrattività delle obbligazioni governative caratterizzate da rendimenti più alti, sia del moltiplicarsi delle emissioni statali dirette al retail: Btp Italia, Btp Valore, Btp Futura.

Emissioni che saranno protagoniste anche nel 2024 (dopo il primo esordio che risale al BTP Italia del 2015) ma in uno scenario che potrebbe essere meno favorevole a causa di tassi di interesse previsti in calo. “Dipenderà dal livello di rendimento che Bot e Btp offriranno – ha commentato Cazzulani – ma anche dalla forma della curva dei rendimenti, dalla dinamica della ricchezza finanziaria e del risparmio, dalla percezione del rischio Italia e dalle altre asset class concorrenti”.

 

L’unicità dell’Italia

La ricerca della Rome Business School evidenzia una concentrazione del debito pubblico presso famiglie e istituzioni no profit al 7,7% in Italia (lo studio si ferma alla fine del 2022 e prende in considerazione le nazioni principali con un debito pubblico superiore al 100% del PIL). In Spagna la percentuale crolla allo 0,2% per sparire totalmente in Francia. Persino in Giappone la quota detenuta dagli investitori retail si ferma all’1%.

Come contraltare, la quota di investitori esteri in titoli del debito italiano è sostanzialmente inferiore rispetto a quanto accade in Francia e Spagna. Mentre in Italia la percentuale si ferma al 26,5%, in Spagna sale al 40,8% e al 47,3% in Francia, sempre secondo i dati dello studio della Rome Business School. Per la Banca d’Italia la quota di debito detenuta dalle famiglie si attesta al 10,9% mentre gli altri detentori forti sono:

 

  1. Investitori esteri: 750,1 miliardi di euro (26,5%);
  2. Banche italiane: 716,9 miliardi di euro (25,5%);
  3. Banca d’Italia: 398,1 miliardi di euro (14,2%);
  4. Fondi domestici: 344,9 miliardi di euro (12,3%);
  5. Famiglie: 295,2 miliardi di euro (10,9%);
  6. Altri istituti finanziari italiani: 300,2 miliardi di euro (10,7%).

 

La tendenza, nel corso degli anni, è stata di riduzione della quota di titoli di Stato detenuti dagli investitori esteri (era al 31,3% nel 2010) mentre è aumentata costantemente la percentuale in mano alla Banca d’Italia a partire dal 2015, quando si attestava appena sotto il 5%. In calo, a partire dal picco raggiunto nel 2013, il peso dei titoli di Stato in mano alle banche e alle istituzioni finanziarie residenti in Italia, in precedenza di poco superiore al 31%, così come quella in mano alle famiglie italiane, nonostante il recupero recente secondo gli ultimi dati della Banca d’Italia visti all’inizio del testo.

 

 

Dal 2023 si ritorna sulla strada della riduzione del debito

L’analisi di Francesco Baldi, Valerio Mancini e Massimiliano Parco per la Rome Business School propone anche una prospettiva triennale sull’andamento del deficit e del debito pubblico italiano. Dopo le fasi di emergenza, nel 2023 è tornata la tendenza alla riduzione dei due aggregati. Secondo le stime della Commissione europea aggiornate al 2023, il deficit/PIL annuo dei Paesi dell’area euro dovrebbe attestarsi al 2,1% dal 3,4% medio.

Per l’Italia la riduzione sarebbe ancora più significativa, dall’8% del 2023 al 5% del 2025. Proiettando queste cifre sul rapporto debito/Pil, secondo l’analisi il rapporto debito pubblico/PIL dell’Italia dovrebbe attestarsi al 140% alla fine del triennio esaminato. Gli altri Paesi dell’eurozona presi in considerazione dovrebbero invece mostrare un rapporto deficit/PIL del 110% per la Francia, del 107% per la Spagna, dell’89% per l’area euro e del 63% per la Germania.

Il grafico a strisce verticali mostra le previsioni sull'andamento del rapporto deficit/PIL di varie nazioni europee nel triennio 2023-2025.
Il rapporto deficit/PIL nel nei principali Paesi dell’area euro(novembre 2023) – Fonte: Eurostat e Commissione europea

AUTORE

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Alessandro Piu

Giornalista, scrive di economia, finanza e risparmio dal 2004. Laureato in economia, ha lavorato dapprima per il sito Spystocks.com, poi per i portali del gruppo Brown Editore (finanza.com; finanzaonline.com; borse.it e wallstreetitalia.com). È stato caporedattore del mensile Wall Street Italia. Da giugno 2022 è entrato a far parte della redazione di Borsa&Finanza.

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