Titoli di Stato italiani: per il governo Meloni torna l’incubo del debito?

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L’aumento dello spread tra i titoli di Stato italiani a 10 anni e gli equivalenti tedeschi sta turbando i pensieri del governo italiano. Secondo indiscrezioni di palazzo, la premier Giorgia Meloni sarebbe agitata all’idea di rivivere lo spettro del 2011, quando i mercati finanziari abbatterono l’esecutivo di Silvio Berlusconi. All’epoca l’attuale primo ministro italiano faceva parte della coalizione che sosteneva il governo e visse quei momenti drammatici in cui lo spread salì fino a 570 punti base. Oggi si rimane decisamente lontani da quei livelli, ma le preoccupazioni che i piani europei per l’aumento della spesa militare possano allargare il debito pubblico rimangono.

L’Italia è il Paese, dopo la Grecia, con il più elevato indebitamento in Europa, per effetto di un rapporto debito/PIL che staziona a oltre il 130%. Al momento Roma spende circa l’1,5% del PIL per la difesa, meno di Germania, Francia e Regno Unito. La Commissione europea ha proposto un piano di riarmo che prevede altri 800 miliardi di euro di investimenti a debito, il che, per un Paese altamente indebitato come l’Italia, rischia di provocare la fuga degli investitori internazionali. “Chiaramente, quando nazioni come la nostra devono affrontare il tema del debito, ci sono rischi che devono essere presi in considerazione”, ha dichiarato Giorgia Meloni davanti ai giornalisti a Bruxelles la scorsa settimana in occasione di un vertice dell’Unione europea.

 

Titoli di Stato italiani: come il governo sta cercando di evitare una crisi

La presidente del Consiglio insomma non vuole indebitarsi. Per questo che ha proposto un veicolo finanziario per mobiliare capitali privati nei progetti strategici della Difesa, con garanzie dell’Unione europea e degli Stati membri. Con questo strumento ci sarebbero 16,7 miliardi di denaro pubblico in grado di mobilitare fino a 200 miliardi di euro di investimenti privati nell’arco di 3-5 anni.

Un’altra spina nel fianco per il governo, a causa delle ripercussioni sui titoli di Stato italiani, è Generali. La compagnia di assicurazioni ha raggiunto a gennaio 2025 un accordo sull’asset management con la francese Bpce. Le due società hanno creato una joint venture tra i rispettivi gestori patrimoniali, Generali Investments Holding e Natixis Investment Managers, entrambi con una quota del 50%. L’asset manager supervisiona circa 1.900 miliardi di euro. Perché è importante per il governo? Il problema sta negli investimenti in titoli pubblici da parte di un gestore così influente. La preoccupazione di Meloni è che l’accordo apra a un maggior numero di investitori internazionali (di Parigi nella fattispecie), mentre lei vorrebbe che il controllo del debito italiano rimanga all’interno del Paese.

La questione Generali passa però per la proposta di fusione tra Banca Mps – di cui il Ministero dell’economia e delle finanze ha ancora la maggioranza – e Mediobanca. Se ci sarà la combinazione, il governo italiano si svincolerà definitivamente da Mps realizzando l’obiettivo di creare il terzo polo bancario alle spalle dei due colossi nazionali: Intesa Sanpaolo e Unicredit. Una volta raggiunto lo scopo, assume importanza l’influenza in Generali. Questo perché Mediobanca ne è il principale azionista, mentre l’imprenditore Francesco Gaetano Caltagirone e la holding della famiglia Del Vecchio, Delfin, che da tempo agiscono in sintonia con Palazzo Chigi, detengono partecipazioni di peso.

Immagine di Johnny Zotti

Johnny Zotti

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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