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Transizione: ora deve diventare giusta, ma gli investitori non lo sanno

Un povero cerca di scaldarsi con un fuoco acceso per strada e una coperta

La transizione energetica, ovvero il passaggio da un’economia a elevate emissioni di carbonio a una con basse o nulle emissioni, è il mantra degli ultimi anni. Recitato nei consessi internazionali, ripetuto dai governi – soprattutto quelli dei paesi sviluppati – sezionato nei suoi minimi aspetti da economisti e analisti, proposto in tutte le sue forme agli investitori. Ma ora non basta più. Ora la transizione energetica deve diventare “giusta”, non deve lasciare indietro nessuno. Soprattutto non deve aumentare, come invece sta accadendo, il divario tra ricchi e poveri.

Il concetto di “giusta transizione” è stato sottoposto da Fidelity International a un sondaggio presso 127 investitori istituzionali e società di intermediazione degli investimenti con l’obiettivo di verificare quanto sia diffuso. I risultati sono deludenti.

 

Giusta transizione, poca fiducia

Il sondaggio sul concetto di “giusta transizione” è stato realizzato da Fidelity in collaborazione con Coalition Greenwhich, fornitore di benchmarking strategico, analisi e approfondimenti per il settore dei servizi finanziari, parte di CRISIL controllata da S&P.

La prima evidenza emersa è che il concetto è attualmente poco diffuso. Solo il 42% degli intervistati lo conosce e sa cosa significa. “Il raggiungimento di una transizione da un’economia a elevate emissioni di carbonio a un’economia a basse emissioni di carbonio in modo equo per tutti” è più conosciuto in Europa (47%) che in Asia (30%).

La seconda evidenza è più deludente della prima. Il 43% degli intervistati ritiene improbabile che sia possibile raggiungere una giusta transizione. Eventualmente, se l’obiettivo dovesse essere conseguito, ci vorrebbero più di 15 anni secondo il 27% del campione mentre 52 investitori istituzionali su 100 credono che sarà un processo continuo. Come conseguenza solo il 35% di coloro che conoscono il concetto, in pratica il 14% del totale, possiede o sta sviluppando una strategia di investimento dedicata. Anche in questo caso l’Europa è un passo più avanti (38% contro 20%).

 

Gli ostacoli e i benefici

Nonostante la scarsa notorietà e lo scetticismo sulla possibilità di realizzazione quasi tutti gli investitori intervistati (91%) hanno dichiarato che investire in una transizione giusta avrà un impatto positivo sui profili di rischio/rendimento. Solo nel medio/lungo termine però, in quanto nel breve prevalgono le preoccupazioni e l’impatto atteso è positivo per il 21%, negativo per il 26% e neutro per il 52%. La causa di questa scarsa fiducia di breve termine è da ricercarsi in una serie di ostacoli:

 

  1. Mancanza di una politica governativa chiara (46%);
  2. Lobbying delle industrie storiche che vogliono inquinare più a lungo (29%);
  3. Tensioni geopolitiche (25%);
  4. Recessione economica (21%);
  5. Comportamenti radicati dei consumatori (21%).

 

Tra i settori più interessanti per investire in una transizione giusta, infine, dominano come prevedibile le energie rinnovabili (92%), seguite dalla tecnologia e IT (61%) e dall’alimentare (60%). Il mercato azionario è, secondo gli intervistati, il più efficace per spingere verso il raggiungimento dell’obiettivo (89%). Seguono gli asset privati (81%) e gli investimenti tematici (66%).

AUTORE

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Alessandro Piu

Giornalista, scrive di economia, finanza e risparmio dal 2004. Laureato in economia, ha lavorato dapprima per il sito Spystocks.com, poi per i portali del gruppo Brown Editore (finanza.com; finanzaonline.com; borse.it e wallstreetitalia.com). È stato caporedattore del mensile Wall Street Italia. Da giugno 2022 è entrato a far parte della redazione di Borsa&Finanza.

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