Trump 2: ecco 4 motivi per cui i mercati non reagirebbero come nel 2016

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Alla vigilia delle elezioni presidenziali americane del 2016, Donald Trump veniva dato per spacciato al cospetto della sua antagonista Hillary Clinton. L’esito del voto ribaltò i sondaggi e la Borsa americana reagì in maniera positiva, con grande sorpresa degli osservatori di mercato. Oggi il leader repubblicano è dato vincente nelle preferenze degli americani, anche perché finora di fronte a sé non ha trovato un avversario forte. Joe Biden si è mostrato fragile nel dibattito televisivo con Trump del mese scorso, denotando preoccupanti difficoltà nelle sue condizioni fisiche e mentali. Tutto ciò ha indotto il Partito democratico a fare pressioni affinché rinunciasse alla candidatura e si facesse da parte. Cosa che è avvenuta nella giornata di ieri. Biden ha indicato il vicepresidente degli Stati Uniti Kamala Harris come suo sostituto, ma per la nomina bisognerà attendere la Convention dei democratici il 19 agosto.

 

Trump e mercati: ecco perché stavolta sarà diverso

La prospettiva di un ritorno di Trump alla Casa Bianca non è vista bene dai mercati. La scorsa settimana gli indici azionari hanno perso quota scontando anche le risultanze dai sondaggi elettorali. Ciò fa pensare che per gli investitori il Trump 2 sarà diverso dal Trump 1 alla Casa Bianca. Secondo gli strategist di UBS sono quattro le ragioni per cui i mercati finanziari stavolta potrebbero reagire diversamente.

La prima attiene alle condizioni dell’economia. Quando il magnate conquistò per la prima volta la presidenza negli Stati Uniti, l’economia USA non cresceva allo stesso ritmo di oggi. Negli anni il PIL statunitense e la crescita degli utili aziendali sono stati costantemente rivisiti al rialzo, sostenuti dagli stimoli fiscali dell’amministrazione Trump e dalla politica monetaria espansiva della Federal Reserve. Stimoli che però hanno contribuito a un’impennata dell’inflazione. Oggi il problema degli Stati Uniti è quello di evitare un ritorno del carovita dopo due anni di strette monetarie, e non di certo di rilanciare un’economia che scoppia di salute. Giocoforza, per UBS la forte espansione economica che ha in mente Trump rischia solo di innescare nuovamente un aumento dell’inflazione e di conseguenza dei tassi di interesse. Tra l’altro, gli utili delle società americane sono vicini al picco, osserva l’istituto elvetico.

La seconda motivazione è data dal debito statunitense, salito dal 2016 a oggi dal 75,6% al 97,3% del PIL. Secondo la banca svizzera, con un democratico alla presidenza degli Stati Uniti il debito pubblico sarà destinato a quasi raddoppiare entro il prossimo decennio, ma con Trump ci potrebbe essere un ulteriore aumento di 3.000-5.000 miliardi di dollari se i tagli fiscali promossi nel 2017 dovessero essere estesi.

In terzo luogo, non è chiaro se il continuo abbassamento delle tasse sosterrà in modo incrementale la crescita del PIL o degli utili. Un’onda rossa da parte dei repubblicani nelle elezioni di novembre sarà più vicina a “nessuna notizia” per il mercato. Un’onda blu, che potrebbe creare un muro fiscale nel 2026, sarebbe la vera sorpresa.

Infine, non c’è più spazio per la contrazione del premio al rischio. Nel 2016, gli spread high yield statunitensi si sono contratti da 5,10 punti percentuali rispetto ai benchmark a 3 punti e il multiplo prezzo/utili forward dell’S&P 500 si è rivalutato da 16,1 a 18,6 volte. Oggi gli spread dell’high yield statunitense sono già a 3 punti percentuali e l’S&P 500 è valutato a 21,5 volte gli utili attesi. Questo vuol dire che le valutazioni al rialzo hanno meno strada da percorrere.

Immagine di Johnny Zotti

Johnny Zotti

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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