Giovedì 21 agosto inizia a Jackson Hole nel Wyoming il simposio dei Banchieri centrali. Quest’anno il tema che dà il titolo al meeting è “Mercati del lavoro in transizione: demografia, produttività e politica macroeconomica”. Per Vincent Reinhart, capoeconomista di Bny Investments, “un’occasione di confronto su intelligenza artificiale, crescita della produttività e conduzione della politica monetaria, temi di grande attualità alla luce delle dinamiche in evoluzione del mercato del lavoro e dell’impatto economico delle politiche di frontiera”.
Sarà soprattutto il terzo tema quello che verrà seguito con maggiore attenzione dagli operatori di mercato. Sarà anche il tema che potrebbe determinare oscillazioni a Wall Street.
“Poiché questa è l’ultima apparizione di Powell a Jackson Hole come presidente – nota Reinhart – è possibile che rifletta sul proprio lascito e, possibilmente, sull’importanza dell’indipendenza della Banca centrale. Ci aspettiamo che segnali che la Fed intende ridurre il tasso di riferimento di 25 punti base a settembre”.
In questo articolo:
- Wall Street: l’analisi delle reazioni nei simposi passati
- Com’è andata con Bernanke e Yellen
- Il bivio di Jackson Hole 2025
Wall Street: l’analisi delle reazioni nei simposi passati
In realtà Jackson Hole non crea grandi movimenti di mercato nelle giornate in cui si svolge. A meno che ciò che dice il presidente della Federal Reserve sia una cesura rispetto al passato. Come nel 2020, quanto l’attuale numero uno della Fed (fino a maggio 2026) parlò di agire “forcefully” contro l’inflazione, con un impatto immediato sui mercati e un calo dell’S&P 500 oltre il 3% in un solo giorno.
Gabriel Debach, market analyst di eToro, spiega che “guardando ai quindici anni di dati, il pattern è chiaro. In media l’S&P500 arriva al simposio già con un guadagno del 7%, mediana 7,8%. Durante l’evento, la variazione media è appena +0,23%, mediana identica: un nulla statistico. È la prova che il giorno stesso di Jackson Hole raramente detta la rotta. Il dopo (dalla fine del simposio a fine anno) è la vera arena”.
Analizzando i dati storici di Wall Street Debach ha fatto emergere un pattern. Nei cicli monetari accomodanti, Jackson Hole ha amplificato i rialzi: +20% nel 2010 con il Qe2, +11% nel 2013 con il Qe3, +12% nel 2019, oltre +7% nel 2020 e nel 2023. Al contrario, le fasi restrittive hanno prodotto correzioni importanti: -13,4% nel 2018 e -4,7% nel 2022. Questo dimostra che il simposio non è un catalizzatore automatico, ma riflette il contesto macroeconomico e la direzione della politica monetaria della Fed.
Quest’anno il contesto è ancora incerto, anche se il mercato spera in tre tagli dei tassi di interesse Fed entro fine anno. Inoltre, la Federal Reserve potrebbe diventare più espansiva in vista del cambio della guardia e dell’avvento del prossimo presidente, con tutta probabilità gradito all’”espansionista” Donald Trump.
Come è andata con Bernanke e Yellen
“Dopo la crisi finanziaria, fu Ben Bernanke a trasformare Jackson Hole in un punto di svolta” – racconta Debach. Nel 2010 aprì la porta al Qe2, ribaltando il sentiment dei mercati in rosso; nel 2012 difese i programmi straordinari e preparò il Qe3. Con Janet Yellen, Jackson Hole divenne un laboratorio: nel 2014 mise in guardia sul fatto che la disoccupazione da sola non bastava a misurare la forza del lavoro; nel 2016 segnalò l’avvio della normalizzazione, chiudendo l’era dei tassi a zero; nel 2017 difese le riforme post-crisi. Con Powell il tono cambiò: nel 2018 parlò delle “stelle scorrevoli” per descrivere l’incertezza delle variabili guida; nel 2019 mise in guardia sui limiti della politica monetaria, con i mercati già nervosi per la guerra commerciale.
Il 2020 rappresentò una cesura storica: in piena pandemia, Powell introdusse l’average inflation targeting e un concetto di occupazione “ampia e inclusiva”. Inizialmente percepito come debolezza, questo approccio si rivelò pilastro della fase rialzista. Al contrario, il 2022 segnò la svolta restrittiva, come visto sopra. Nel 2023 e 2024, infine, i mercati hanno seguito la transizione da disinflazione incompleta a apertura ai tagli dei tassi, con reazioni positive sebbene moderate.
Il bivio di Jackson Hole 2025
“Il 2025 si presenta con un quadro intermedio – riprende Debach -. L’S&P500 segna finora un +9,65% (alla chiusura del 18 agosto 2025 n.d.r.). Non l’euforia del +17,8% del 2024 o del +19,7% del 2021, ma una performance solida, in linea con la media storica del prima (+7,0%). In passato, quando i mercati sono arrivati al simposio con rialzi moderati – come nel 2016 (+6,4%), nel 2017 (+9,2%) o nel 2020 (+7,8%) – il “dopo” è stato positivo, rispettivamente +2,7%, +9,4% e +7,1%. Ma non sempre: nel 2018, con un prima simile al +7%, lo S&P chiuse l’anno con un -13,5%. Il punto di partenza, quindi, non garantisce il punto d’arrivo”.
I dati economici offrono un quadro sfaccettato: crescita del Pil al +3% nel secondo trimestre, trainata da investimenti tecnologici da 88 miliardi di dollari delle Big tech in AI e data center, ma non dai consumi delle famiglie. Il mercato del lavoro rallenta, con 73 mila nuovi posti a luglio e una media trimestrale di 35 mila, compatibile con fasi pre-recessive. L’inflazione si mantiene al 2,7% headline e 3,1% core, con i dazi che non generano pressioni significative sui prezzi. Powell parla di un’economia solida e di politica moderatamente restrittiva, lasciando il mercato in attesa di ulteriori segnali concreti.
Gli investitori sembrano credere a un percorso di aggiustamento graduale: il Cme FedWatch indica oltre l’80% di probabilità per un taglio di 25 punti base a settembre, con la curva che sconta due mosse complessive entro fine anno. Tuttavia, alcune voci, come quella di Scott Bessent, suggeriscono tagli più aggressivi, ricordando la capacità della Fed di accelerare in contesti particolari.









