Tornano al rialzo le quotazioni del petrolio. Oggi il Brent è tornato in area 80 dollari al barile, mentre il Wti a 76 dollari al barile invertendo così parte del ribasso registrato nelle settimane precedenti. La causa è diplomatica: il vicepresidente degli Stati Uniti James David Vance ha cancellato il viaggio in Svizzera previsto per avviare i colloqui tecnici con la delegazione iraniana nell’ambito del memorandum d’intesa firmato pochi giorni prima tra Washington e Teheran. La conferma è arrivata direttamente dal governo di Berna all’agenzia AFP. “I colloqui previsti tra Stati Uniti, Iran, Qatar e Pakistan sono stati rinviati. La Svizzera resta pronta a facilitare tali discussioni. Il relativo lavoro preparatorio prosegue”, ha comunicato il ministero degli Esteri elvetico, senza indicare una nuova data.
“Nelle ultime ore i prezzi del Brent hanno registrato un leggero rialzo, attestandosi vicino alla soglia degli 80 dollari al barile, più o meno allo stesso livello a cui sono stati scambiati da quando hanno cominciato a emergere i dettagli del Memorandum d’intesa”, ha dichiarato Ricardo Evangelista, Senior Analyst, ActivTrades, che aggiunto: “Rimangono irrisolte significative tensioni tra le parti, in particolare per quanto riguarda i gruppi regionali alleati dell’Iran e le sue relazioni con Israele. In questo contesto, e data la persistente incertezza sui termini di un eventuale accordo globale che potrebbe seguire il Memorandum, è improbabile che i prezzi del Brent registrino ulteriori cali sostanziali nel breve termine”.
Per comprendere la reazione dei mercati è necessario fare un passo indietro. Il memorandum d’intesa era stato firmato elettronicamente mercoledì 18 giugno dal presidente americano Trump e dal quello iraniano Masoud Pezeshkian, e aveva aperto una finestra di 60 giorni di negoziati sullo smantellamento del programma nucleare di Teheran. I punti principali dell’accordo, stando alla documentazione circolata tra le agenzie internazionali, prevedevano la riapertura immediata dello Stretto di Hormuz senza oneri di transito, un allentamento delle sanzioni americane sulle esportazioni di petrolio iraniano, e l’impegno di Teheran a non produrre né acquisire armamenti nucleari, con apertura ai controlli dell’AIEA. La firma aveva prodotto un immediato effetto deflazionistico sulle quotazioni del greggio: il rischio geopolitico connesso al blocco dello Stretto si era allentato e il mercato aveva scontato il ritorno di volumi significativi di petrolio iraniano sul mercato globale.
In questo articolo:
- Usa-Iran e petrolio al rialzo, le cause del rinvio dell’incontro
- Il premio al rischio che non scompare
- Le dichiarazioni di Vance e il nodo israeliano
Usa-Iran e petrolio al rialzo, le cause del rinvio dell’incontro
Giovedì sera la Casa Bianca ha comunicato che Vance non avrebbe lasciato gli Stati Uniti per raggiungere il Bürgenstock, la località sul Lago di Lucerna dove era stata allestita la sede dei colloqui in un hotel di lusso. Il comunicato ufficiale non ha fornito spiegazioni di merito, limitandosi a invocare difficoltà organizzative: “La logistica di questi negoziati non è mai stata né semplice né prevedibile. Per il momento, il vicepresidente non partirà stasera. Vi informeremo non appena avremo un aggiornamento concreto sui prossimi passi. Non vediamo l’ora di iniziare i colloqui tecnici il prima possibile”, si leggeva nella dichiarazione diffusa dal portavoce. Le stesse parole erano state anticipate dallo stesso Vance durante una conferenza stampa tenuta nei giorni precedenti, nella quale aveva lasciato aperta la questione dei tempi: “Non sono sicuro quando andrò in Svizzera, credo questo weekend, ma non so ancora”.
Sul versante iraniano, la situazione era altrettanto fluida. Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del parlamento di Teheran indicato come capodelegazione per i colloqui, non era atteso al Bürgenstock nemmeno nella versione originale dell’accordo: le continue operazioni militari israeliane in Libano, con un nuovo raid che ha causato 16 vittime nella notte tra giovedì e venerdì, avevano alimentato il dibattito interno sulla opportunità di presentarsi al tavolo svizzero subito dopo la firma del memorandum.
Il premio al rischio che non scompare
I movimenti di questa mattina sul mercato del petrolio riflettono una dinamica strutturale che gli operatori conoscono bene: il premio al rischio geopolitico non si dissolve con la firma di un documento, ma si ridistribuisce nel tempo in funzione della credibilità del percorso negoziale. Nelle settimane precedenti all’accordo, il blocco dello Stretto di Hormuz aveva compresso i flussi di una delle rotte energetiche più critiche del mondo e il prezzo del barile aveva incorporato questo rischio. La riapertura dello Stretto e la prospettiva di un ritorno delle esportazioni iraniane avevano deflazionato le quotazioni. Il rinvio del Bürgenstock ha parzialmente invertito quella dinamica, segnalando agli operatori che i 60 giorni di negoziati partono in salita e che la transizione dal cessate il fuoco a una pace tecnica è tutt’altro che automatica.
Trump aveva commentato il calo dei prezzi del petrolio come una propria vittoria personale: “Le Borse hanno chiuso in rialzo e il petrolio scorre. È un altro giorno in paradiso”, aveva dichiarato alla Casa Bianca durante una cerimonia di consegna di medaglie militari. Su Truth aveva aggiunto che “i mercati apprezzano molto la situazione attuale: i prezzi del petrolio sono in netto calo e le quotazioni azionarie in forte rialzo“. Il rimbalzo di oggi, per quanto contenuto, complica quella narrazione.
Le dichiarazioni di Vance e il nodo israeliano
A rendere il quadro più complesso è intervenuta anche la posizione pubblica di Vance sul conflitto israelo-libanese, espressa nella stessa conferenza stampa in cui aveva annunciato la riapertura dello Stretto di Hormuz. Il vicepresidente aveva difeso l’accordo con toni netti, sostenendo che i suoi termini erano stati “distorti” dai media e ribadendo che Teheran non avrebbe ricevuto “nemmeno un centesimo dagli Stati Uniti in nessuna circostanza“.
Ma è sul fronte israeliano che le sue parole hanno assunto il peso maggiore: riferendosi alle critiche provenienti da alcuni esponenti del governo Netanyahu verso l’intesa con l’Iran, Vance aveva dichiarato che “chiunque in Israele pensi che il suo problema più grande sia il presidente degli Stati Uniti deve svegliarsi e rendersi conto della realtà della situazione in cui si trova il Paese”. Un monito esplicito che riflette la tensione crescente tra Washington e Tel Aviv sulla prosecuzione delle operazioni militari in Libano, territorio in cui Israele continua ad operare nonostante il memorandum prevedesse un cessate il fuoco anche su quel fronte.
Per il mercato del petrolio, la variabile rilevante nei prossimi giorni sarà la velocità con cui le parti riusciranno a fissare una nuova data per i colloqui tecnici e la credibilità del segnale che emetteranno. Una ripresa rapida dei negoziati manterrebbe il premio al rischio contenuto e il greggio su livelli vicini a quelli pre-conflitto. Un ulteriore slittamento, soprattutto se accompagnato da nuove tensioni in Libano o da dichiarazioni intransigenti da parte di Teheran o Gerusalemme, spingerebbe gli operatori ad ampliare nuovamente le posizioni difensive sulla materia prima energetica più sensibile al rischio mediorientale.









