C’è una frase, tra le molte pronunciate negli ultimi giorni, da Jamie Dimon che più di altre restituisce il senso del momento: “Il sistema è molto più fragile di quanto si pensi”. Non è una dichiarazione isolata, né un’esagerazione retorica utile a catturare titoli. È il punto di caduta di un ragionamento che il numero uno di JPMorgan Chase porta avanti da mesi e che ora si fa più netto, più urgente, più difficile da ignorare. Perché il bersaglio delle sue preoccupazioni non è più soltanto il credito “opaco”, quello che già in passato aveva definito popolato da “scarafaggi”, ma l’intero equilibrio del mercato obbligazionario globale, cioè l’architrave su cui poggia la finanza contemporanea.
In questo articolo:
- Jamie Dimon: “Una crisi obbligazionaria globale è vicina”
- I numeri del mercato del private credit
- Jamie Dimon, l’avvertimento era arrivato anche da Moody’s
- Cosa sta succedendo nel mercato obbligazionario
Jamie Dimon: “Una crisi obbligazionaria globale è vicina”
Dimon ha parlato in più sedi, ma il filo conduttore è lo stesso. Intervenendo in occasione di incontri con investitori ha scandito parole che suonano come un avvertimento: “Una crisi obbligazionaria globale è più vicina di quanto il mercato immagini”. E ancora: “Quando arriverà, la reazione sarà più violenta di quanto ci si aspetti”. Non è un caso che queste dichiarazioni arrivino in un momento in cui i rendimenti dei titoli di Stato, soprattutto negli Stati Uniti, restano elevati, la politica monetaria non ha ancora imboccato con decisione la strada dell’allentamento e il debito pubblico continua a crescere a ritmi che lo stesso Jamie Dimon definisce “insostenibili nel lungo periodo”.
Il punto, però, non è soltanto macroeconomico. Ridurre il ragionamento a una questione di deficit e tassi significherebbe perdere la parte più interessante, e potenzialmente più pericolosa, del discorso. Perché il ceo di JPMorgan Chase insiste su un elemento che negli ultimi anni è rimasto ai margini del dibattito mainstream: la trasformazione silenziosa del mercato del credito, con l’ascesa del cosiddetto private credit. E non è la prima volta che si affronta il tema. Già in passato, riprendendo le parole dello stesso Dimon e di altri protagonisti di Wall Street, si era parlato di “scarafaggi nel credito”, un’immagine volutamente forte per descrivere quelle sacche di rischio che tendono a proliferare lontano dalla luce, nei segmenti meno regolamentati del sistema finanziario. Oggi quella metafora torna con forza, ma inserita in un contesto più ampio: non più soltanto un problema settoriale, bensì un potenziale detonatore di instabilità sistemica.
I numeri del mercato del private credit
Il mercato del private credit, cioè l’insieme dei finanziamenti erogati da soggetti non bancari al di fuori dei circuiti tradizionali, ha conosciuto una crescita impressionante nell’ultimo decennio. Spinto da tassi bassi, dalla ricerca di rendimento e da una regolamentazione bancaria più stringente dopo la crisi del 2008, questo universo ha attratto capitali sempre maggiori. Secondo le stime più recenti di Morgan Stanley, la dimensione complessiva del settore all’inizio del 2025 era di 3.000 miliardi di dollari a livello globale, con prospettive di ulteriore espansione nei prossimi anni: 5.000 miliardi di dollari nel 2029.
A prima vista, si potrebbe pensare a un’evoluzione fisiologica del sistema finanziario: nuove fonti di finanziamento per le imprese, maggiore diversificazione degli investitori, minore dipendenza dalle banche. Ma è proprio qui che si annida il problema. Perché, come sottolinea Dimon, “molti di questi prestiti non sono trasparenti, non sono scambiati su mercati liquidi e non sono soggetti allo stesso livello di controllo delle banche”. In altre parole, il rischio non è scomparso: si è semplicemente spostato. “Quando si guarda al sistema nel suo complesso, si vede un’enorme quantità di leva finanziaria fuori dal perimetro bancario”. E ancora: “La prossima crisi potrebbe arrivare da lì”. Non si tratta di una previsione puntuale, ma di un’indicazione di direzione, che trova eco anche in altre voci autorevoli del mercato.
Jamie Dimon, l’avvertimento era arrivato anche da Moody’s
Come riportato da Reuters, anche Moody’s negli ultimi giorni aveva lanciato un segnale di attenzione. In un’analisi dedicata al mercato della fund finance, l’agenzia ha evidenziato come la crescita del private credit stia contribuendo a portare il valore complessivo del settore verso la soglia del trilione di dollari. Un’espansione che, pur offrendo opportunità, comporta anche “rischi crescenti legati alla complessità delle strutture e alla minore trasparenza”. Non è un allarme gridato, ma è sufficiente per capire che qualcosa si sta muovendo anche sul fronte degli osservatori istituzionali.
Il nodo, allora, è capire come questi diversi elementi – debito pubblico elevato, tassi alti, crescita del credito privato – possano interagire tra loro. Dimon non fornisce uno scenario dettagliato, ma lascia intendere che il rischio principale sia quello di una concatenazione di eventi. “Se i mercati obbligazionari dovessero subire uno shock significativo”, ha spiegato, “potrebbe innescarsi una reazione a catena che coinvolgerebbe anche altri segmenti del sistema finanziario”. In questo quadro, il private credit potrebbe amplificare le tensioni, proprio per la sua minore liquidità e trasparenza.
Cosa sta succedendo nel mercato obbligazionario
Per comprendere la portata del problema, è utile fare un passo indietro. Il mercato obbligazionario globale è il più grande al mondo, con un valore complessivo che supera i 100.000 miliardi di dollari. È qui che governi, aziende e istituzioni si finanziano, ed è qui che si forma il costo del denaro per l’intera economia. Quando questo mercato funziona in modo ordinato, garantisce stabilità e prevedibilità. Ma quando si inceppa, le conseguenze possono essere rapide e profonde.
Negli ultimi anni, le politiche delle banche centrali hanno contribuito a mantenere sotto controllo la volatilità. I programmi di acquisto di titoli, i tassi vicini allo zero o negativi, la forward guidance hanno creato un ambiente in cui il rischio appariva compresso. Oggi quel contesto è cambiato. L’inflazione ha costretto le autorità monetarie a invertire la rotta, i bilanci delle banche centrali si stanno riducendo e il mercato è chiamato a riassorbire una quantità crescente di debito.
È in questo passaggio che si inseriscono le preoccupazioni di Jamie Dimon. “Non abbiamo mai visto una situazione simile”, ha osservato in uno degli interventi più recenti. “Abbiamo livelli di debito molto elevati e stiamo entrando in una fase di tassi più alti”. La combinazione, secondo il banchiere, è potenzialmente esplosiva. Non tanto nel breve periodo, quanto nel medio termine, quando gli effetti cumulativi potrebbero diventare evidenti. A rendere il quadro ancora più complesso è la natura degli investitori che oggi popolano il mercato obbligazionario. Accanto agli attori tradizionali – fondi pensione, assicurazioni, banche – si sono affermati nuovi protagonisti, spesso meno regolamentati e più sensibili ai movimenti di mercato. In questo ecosistema, il private credit rappresenta una sorta di zona grigia, dove il confine tra investimento e finanziamento si fa più sfumato.
Non sorprende, allora, che anche altri esponenti di Wall Street abbiano iniziato a esprimere preoccupazioni simili. In passato, figure come Lloyd Blankfein e David Solomon hanno utilizzato immagini analoghe a quella degli “scarafaggi” per descrivere i rischi nascosti nel sistema del credito. Non si tratta di un coro unanime, ma di segnali che, messi insieme, delineano una narrativa coerente. Il tema, però, non è soltanto tecnico. Ha implicazioni concrete per gli investitori, per le imprese e per le politiche economiche. Se davvero si sta formando una nuova area di fragilità nel sistema finanziario, la domanda diventa inevitabile: chi è esposto e in che misura? E soprattutto, esistono strumenti per mitigare il rischio prima che si trasformi in crisi?









