Il terribile primo semestre del 2022 ha detto moltissimo sotto ogni aspetto e per le azioni USA è stato un incubo senza fine. Sul versante geopolitico la guerra Russia-Ucraina, oltre a creare tensioni nei mercati finanziari, ha aggravato la crisi degli approvvigionamenti, già in atto in era post-Covid, e ha alimentato il rally delle materie prime, soprattutto quelle energetiche. Sul fronte macroeconomico la Federal Reserve è stata costretta a intervenire con forza per combattere l’inflazione più alta degli ultimi 40 anni ma lo ha fatto con la stessa grazia di un elefante in una cristalleria.
La metafora non è a caso, in quanto l’economia USA e i mercati finanziari viaggiavano con il vento in poppa, una volta scrollatisi di dosso gli effetti della pandemia. Ma un’inflazione così disastrosa non era stata messa in conto e la Fed, in ritardo, non ha potuto fare altro che alzare bruscamente i tassi, alimentando il rischio che l’economia americana torni indietro nei prossimi mesi e finisca in recessione.
Tassi d’interesse e prezzi energetici alti costtituiscono un tandem micidiale per le aziende statunitensi. A causa dei primi, le società hanno visto incrementare l’onere di accesso al mercato dei capitali e questo è stato particolarmente pesante per le imprese tecnologiche che prendono molto a prestito per sostenere gli investimenti. Per effetto del rincaro energetico, le aziende hanno dovuto sostenere un costo maggiore degli input, che non sempre sono riuscite a trasferire al consumatore finale. La conseguenza è stato un tonfo fragoroso delle azioni USA in Borsa, eccezion fatta per i titoli energetici che hanno vissuto mesi idilliaci.
Azioni USA: l’importanza del petrolio
Il problema è che in questa situazione emergenziale non vi potrà essere più la Fed a lanciare una scialuppa di salvataggio, perché si trova incatenata a proseguire la propria contesa con l’inflazione. Ma è proprio la Federal Reserve la chiave di lettura per capire cosa accadrà nella seconda parte dell’anno. E tutto potrebbe passare dalle quotazioni del petrolio, secondo alcuni analisti. Il prezzo del greggio quest’anno è arrivato quasi a toccare i 140 dollari al barile, ma poi non ha avuto la forza di spingersi oltre e adesso staziona intorno ai 110 dollari, ma senza grossi strappi né al rialzo e né al ribasso. Questo potrebbe anche significare che il picco sia stato raggiunto e che per un po’ di tempo l’oro nero si stabilizzerà a questi livelli.
Il punto è quanto durerà questo tempo. Se sarà breve o meno dipenderà dalle dinamiche della domanda e dell’offerta. Non è escluso che i prezzi molto alti portino alla distruzione della domanda e all’equilibrio del mercato. Magari tale processo potrebbe essere accelerato se dall’OPEC arrivasse un supporto in termini di aumento dell’output e la domanda da parte della Cina tornasse ai livelli precedenti ai blocchi dovuti al Covid-19.
Se i prezzi del greggio scenderanno, insomma, l’inflazione potrebbe raffreddarsi e quindi ammorbidire la posizione estremamente aggressiva della Fed. Dhaval Joshi, capo strategist di BCA Research, prevede che i prezzi del petrolio crollino a 55 dollari se seguiranno lo schema delineato nelle precedenti recessioni. La cosa aiuterebbe l’istituto guidato da Jerome Powell a tenere sotto controllo l’inflazione. Questa sarebbe una buona notizia per le azioni USA, che potrebbero riprendersi nella seconda parte dell’anno dopo un semestre disastroso.









