Buffett Indicator: ecco il pericolo che sta segnalando

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Tra aneddoti, visioni e ipotesi, il mondo della finanza è ricco di indicatori che puntano ad analizzare e raccontare lo stato di salute dei mercati. Alcuni vengono dimenticati dopo pochi anni, altri invece diventano dei punti di riferimento, dei mantra da seguire. Tra questi, c’è il Buffett Indicator, un termometro che misura il rapporto tra la capitalizzazione di Borsa e il Pil di un Paese. Lo ha reso celebre una delle figure più rilevanti della finanza: Warren Buffett. L’oracolo di Omaha, nei primi anni Duemila in un’intervista a Fortune lo definì “probabilmente il miglior singolo indicatore per capire se un mercato è sopravvalutato o meno”. 

 

In questo articolo:

 

  • Buffett Indicator: come funziona
  • La scure del debito

 

Buffett Indicator: come funziona

Il concetto dietro al Buffett Indicator è semplice: se il valore di tutte le azioni quotate in un Paese è molto più grande dell’economia reale che le sostiene, significa che qualcosa non torna. È come se la finanza stesse correndo molto più velocemente dell’economia sottostante, gonfiando aspettative e valutazioni che difficilmente potranno essere mantenute nel tempo. Storicamente, ogni volta che questo indicatore ha superato certi livelli, i mercati hanno poi vissuto fasi di forte correzione. Oggi il Buffett Indicator negli Stati Uniti si aggira intorno al 210-215%, un livello che non solo è superiore alla media storica, ma che appartiene a quella fascia che lo stesso Buffett considerava come “giocare col fuoco”.

Tornando indietro nel tempo, alla vigilia della bolla delle dot-com, nel 2000, il rapporto si muoveva tra il 136 e il 159% a seconda del metodo di calcolo. Nel 2008, poco prima della crisi finanziaria globale, era intorno al 100%. Dopo la pandemia ha superato per la prima volta la soglia psicologica del 200%, raggiungendo livelli record che non si erano mai visti prima: addirittura oltre il 220% nel 2021, il livello più alto di sempre. Le correzioni successive, dovute all’inflazione e alla stretta monetaria della Federal Reserve, hanno riportato il rapporto temporaneamente sotto il 190%, ma oggi, a settembre 2025, si attesta ancora intorno al 210-215%. Un segnale d’allarme che non può non essere considerato. 

 

La scure del debito

In tutto ciò, c’è un altro elemento che rende il contesto ancora più delicato: il debito pubblico. Negli Stati Uniti, secondo un’analisi di ZeroHedge, solo negli ultimi trenta giorni il debito federale è cresciuto di oltre 550 miliardi di dollari. Parallelamente, il prezzo dell’oro ha superato i 3.500 dollari l’oncia, segnalando la corsa degli investitori verso beni rifugio. È interessante notare che, per la prima volta dal 1996, le banche centrali nel mondo detengono più oro che titoli del Tesoro Usa nelle loro riserve. Un altro evidente campanello di allarme. 

Anche in Europa la situazione non è delle migliori. Il caso più emblematico è la Francia che deve fronteggiare un debito pubblico destinato a superare i 3.300 miliardi di euro, con un rapporto debito/Pil tra i più alti dell’Eurozona. I rendimenti dei titoli di Stato francesi sono risaliti oltre il 4,5%, livelli che non si vedevano dal 2011, e questo non fa che aumentare la spesa per interessi in un circolo vizioso difficile da spezzare. A rendere la situazione più fragile contribuisce anche l’instabilità politica (con il voto di fiducia per Bayrou previsto per lunedì 8 settembre), che alimenta la sfiducia degli investitori internazionali. Un quadro che, come evidenziato da Filippo Diodovich a Borsa&Finanza, ricorda la situazione italiana nel 2011-2012.

Quindi, se da un lato il Buffett Indicator segnala che Wall Street è ancora sopravvalutata, dall’altro i mercati obbligazionari europei fanno i conti con debiti crescenti e tassi di interesse ai massimi degli ultimi vent’anni. È come se ci trovassimo in un mondo in cui tanto l’azionario quanto l’obbligazionario presentano segnali di tensione, con pochi rifugi sicuri a disposizione. Ovviamente il Buffett Indicator non è privo di difetti. In un’economia globalizzata, una parte consistente degli utili delle aziende americane arriva dall’estero e quindi non è riflessa nel Pil statunitense. Inoltre, in un contesto di tassi di interesse bassi, come quello che abbiamo vissuto fino al 2022, valutazioni elevate possono avere una loro logica, perché il denaro costa poco e gli investitori sono spinti verso le azioni. Tuttavia, con i tassi oggi molto più alti e con i debiti pubblici che esplodono, il rischio è che quelle giustificazioni non reggano più.

Immagine di Massimiliano Carrà

Massimiliano Carrà

Classe 1994 e laureato in scienze della comunicazione a Palermo (sua città natale), si è specializzato a Milano sostenendo un Master in Radio e New Media Management & Content al Sole 24 Ore. Iscritto dal 2020 all'Ordine dei Giornalisti pubblicisti, dopo le esperienze in Radio 24, Class Editori, Money.it, Forbes Italia e Il Giornale è entrato nel 2025 in Borsa&Finanza, dove si occupa di approfondimenti macro-economici, startup, interviste e imprenditoria. Ama lo sport, la letteratura, il cinema e il mare. Gli piace visitare posti nuovi e scoprire nuove culture.

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