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Dollaro USA: 2 fattori che potrebbero indebolire la valuta americana

Dollaro USA: 2 fattori che potrebbero indebolire la valuta americana

Dall’inizio dell’anno il dollaro USA ha effettuato una cavalcata straordinaria, guadagnando in media oltre il 10% rispetto alle principali valute mondiali. L’afflusso così imponente di denaro verso la valuta americana è riconducibile soprattutto alla politica monetaria estremamente aggressiva da parte della Federal Reserve, che si è mossa con più forza e in anticipo rispetto alle altre Banche centrali. Questo ha determinato una maggiore redditività degli asset denominati in dollari USA e gli investitori hanno dirottato maggiori capitali in quella direzione.

Non è stata però solo la politica monetaria di Washington a causare la corsa verso il biglietto verde. La guerra Russia-Ucraina ha aggravato sensibilmente una crisi energetica già in atto, rendendo più scarsa l’offerta di materie prime, che ricordiamo sono espresse in dollari, e facendo crescere smodatamente la domanda per l’approvvigionamento. Da ciò una maggiore richiesta di dollari. Il conflitto ha inoltre creato tensioni per il timore dell’arrivo di una recessione soprattutto in Europa, allontanando gli investitori dall’euro e indirizzandoli verso il dollaro USA nella veste di valuta rifugio.

Alcune divise come lo yen hanno invece continuato a indebolirsi per il semplice fatto che in Giappone il problema è opposto, ossia la scarsa inflazione, che per giunta è un fardello ultra decennale che il Paese si porta dietro. La Bank of Japan, non solo non ha alcun interesse a inasprire la sua politica monetaria per abbassare i prezzi, ma ha continuato nell’allentamento monetario nella speranza di rivitalizzarli. Giocoforza la valuta nipponica ha perso terreno in maniera sostenuta nei confronti del dollaro USA.

 

Dollaro USA: le conseguenze della sua forza

Le conseguenze dello straripante momento di forma della moneta a stelle e strisce sono però state disastrose per molti Paesi, in modo speciale quelli in via di sviluppo o dei mercati emergenti. L’Argentina sta vivendo ad esempio una situazione drammatica dal punto di vista debitorio, visto che gran parte del suo indebitamento è espresso in dollari. Nel Paese sudamericano l’inflazione che raggiungerà vette del 90%, a causa della costante svalutazione del peso.

Il Cile non è pesantemente sfibrato dai debiti come l’Argentina, ma si trova a fare i conti con l’inflazione determinata dall’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari e dell’energia importati, che sono denominati in dollari. Al riguardo, la Banca centrale cilena ha aumentato i tassi d’interesse per ben nove volte negli ultimi 12 mesi e ora sta cercando di utilizzare le proprie riserve per arginare la debolezza della valuta nazionale.

 

Ecco come arriverà l’inversione di tendenza

Quanto durerà lo stato di grazia del dollaro USA? Alcuni ritengono che la corsa del biglietto verde sia in fase di esaurimento, anche perché gran parte degli elementi che in teoria potrebbero guidare il movimento rialzista della valuta sono già incorporati nei prezzi. In particolare. vi sono due fattori che potrebbero determinare un cambiamento di tendenza.

Il primo riguarda le politiche delle Banche centrali. Un numero sempre crescente sta mostrando la volontà di seguire il percorso fatto dalla Fed. Facendo così si assottiglierebbe il divario nella politica monetaria. L’elenco comprende ad esempio gli istituti monetari di Canada, Nuova Zelanda, Corea del Sud, Filippine, Singapore. Tenere il passo della Fed significa però avere delle finanze abbastanza forti da resistere agli aumenti dei tassi d’interesse. Sembra che i Paesi citati le abbiano.

Il secondo fattore concerne il fatto che la Banca Centrale americana a un certo punto sarà costretta ad allentare la sua politica monetaria in anticipo rispetto ad altri istituti centrali, per il manifestarsi della recessione negli Stati Uniti. L’aumento dei tassi che la FED sta attuando con ogni probabilità trascinerà al ribasso gli investimenti nel mercato immobiliare e la spesa dei consumatori, come già di intravede da alcuni segnali. Questo dovrebbe comprimere anche l’inflazione. Quindi, di fronte a una recessione più o meno grave, la Banca guidata da Jerome Powell non avrà più molti motivi per continuare ad alzare il costo del denaro.

AUTORE

Johnny Zotti

Johnny Zotti

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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