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Dollaro USA: ecco perché salirà ancora nei prossimi mesi

Dollaro USA: ecco perché salirà ancora nei prossimi mesi

Negli ultimissimi giorni il dollaro USA ha perso alcune posizioni nei confronti delle principali valute, con l’euro che rivede la parità e la sterlina che si proietta nuovamente a ridosso di 1,15. Il mercato sta scaricando parte delle tensioni accumulate a seguito dell’ultima riunione della Federal Reserve, con il Governatore Jerome Powell che ha ribadito una politica monetaria estremamente restrittiva. Il 69enne di Washington ha affermato che il tasso terminale può collocarsi più in alto rispetto alle attese, cosa che ha destabilizzato i mercati finanziari.

Gli investitori per tutto il mese di ottobre avevano cullato l’idea che la Banca Centrale statunitense regalasse un’apertura accomodante per tenere conto di una possibile recessione in arrivo. Niente di tutto questo è arrivato e ora la speranza è che l’inflazione del mese di ottobre, che sarà pubblicata dal Bureau of Labour Statistics giovedì 10 novembre, dia un segnale di discesa più forte rispetto al passato.

La Fed, quindi, non sembra ancora vicina a raggiungere il pivot sui tassi. Per altre Banche centrali invece non vale lo stesso. La Bank of England ha detto che i tassi saliranno meno di quanto i mercati finanziari stiano scontando; la Bank of Canada ha aumentato il costo del denaro di 0,50 punti percentuali e non di 0,75; mentre la Royal Bank of Australia si è limitata nell’ultima riunione a una stretta appena di 25 punti base. A questo si aggiunge la dichiarazione di Christine Lagarde della settimana scorsa in una conferenza a Riga, dove ha rimarcato la differenza tra la Banca Centrale Europea e la Fed.

 

Dollaro USA: il mercato immobiliare un driver per altri rialzi

In sintesi, è possibile aspettarsi che i tassi negli Stati Uniti crescano ancora per un po’, mentre in altre parti del mondo fermeranno presto la loro corsa. A cosa è dovuto questo? Una risposta potrebbe venire dal mercato dei mutui. Negli Stati Uniti le famiglie accendono mutui per comprare una casa in gran parte a tasso fisso. Questo significa che anche se la Fed alza i tassi, gli americani si troveranno a pagare lo stesso in termini di interessi. Altrove non è così. Ad esempio, quasi tutta le famiglie norvegesi accendono mutui a tasso variabile; lo stesso fanno il 75% degli australiani, i due terzi dei giapponesi e un sesto dei britannici.

Il motivo per cui ciò avviene è che in alcuni Paesi il tasso fisso non dura per sempre, ma viene periodicamente rivisto; di conseguenza, in un ambiente in cui i tassi crescono, anche quello ipotecario rivisto sale. Quindi, una maggiore presenza del tasso variabile comporta che un aumento dei tassi delle Banche Centrali mette in difficoltà le famiglie, con riflessi dannosi per il mercato immobiliare e per le banche. In definitiva, una stretta dell’1% della Fed avrà un impatto sull’economia molto più lieve rispetto a quello causato dalla stessa mossa di altri istituti monetari. Questa differenza dà a Powell uno spazio di manovra più ampio, giocoforza la stretta sarà più potente. La naturale conseguenza è che il dollaro USA potrebbe ancora rinforzarsi, in quanto beneficia di uno spread di rendimento favorevole rispetto alle altre valute.

 

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Johnny Zotti

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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