Il dollaro Usa ha bruciato tutti i guadagni ottenuti dall’inizio della guerra in Iran. Nelle contrattazioni di oggi, il Dollar Index si mantiene sulla parità, sotto quota 98, dopo otto sedute consecutive in calo. Gli investitori avevano acquistato il biglietto verde come bene rifugio, scontando un’escalation in Medio Oriente che, attraverso uno shock energetico e il rincaro dei prezzi del petrolio, avrebbe portato a una stagnazione dell’economia globale. Negli ultimi giorni, però, è subentrato l’ottimismo su una possibile risoluzione delle tensioni geopolitiche. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha dichiarato che la guerra è quasi finita, mentre la Casa Bianca ha fatto sapere che i colloqui con Teheran sono sul punto di riprendere grazie a una mediazione del Pakistan. Nel contempo, emergono segnali positivi anche per una possibile trattativa tra Israele e Libano finalizzata a un cessate il fuoco.
In questo articolo:
- Dollaro Usa: è finito il premio di guerra?
- La valuta di riferimento
Dollaro Usa: è finito il premio di guerra?
Gli investitori si stanno chiedendo se l’impatto positivo che la guerra tra Stati Uniti e Iran ha avuto sul dollaro americano si sia esaurito o meno. Prima del conflitto, iniziato a fine febbraio, la valuta statunitense aveva attraversato una fase difficile rispetto alla maggior parte delle principali valute. A determinare l’allontanamento degli investitori avevano contribuito sia i dazi imposti da Trump sia le aspettative accomodanti sulla politica monetaria della Federal Reserve.
Dopo l’inizio delle ostilità in Medio Oriente, lo scenario è cambiato: il dollaro è tornato a svolgere il ruolo di bene rifugio preferito dagli investitori, che hanno anche iniziato a scontare una Fed più aggressiva sul fronte monetario, prevedendo rialzi dei tassi nel corso dell’anno in caso di ritorno dell’inflazione. Sotto quest’ultimo aspetto, i dati più recenti sui prezzi al consumo negli Stati Uniti sono stati rassicuranti, mostrando un aumento del carovita inferiore alle attese. Il calo attuale del dollaro incorpora anche questo fattore.
Il punto ora è capire cosa accadrà da qui in avanti. Secondo Khoon Goh, responsabile della ricerca asiatica di ANZ, “i mercati stanno ormai guardando oltre il conflitto e prezzano una qualche forma di accordo”. Ciò implica che, mentre si ridimensiona il “premio di guerra”, il dollaro potrebbe subire ulteriori pressioni e riprendere la tendenza ribassista che si è affermata dallo scorso anno. L’esperto individua quota 98 come livello chiave nel breve termine per il Dollar Index. “Una rottura al ribasso potrebbe aprire la strada a ulteriori discese”, ha detto.
La valuta di riferimento
Per decenni il dollaro Usa ha dominato la scena mondiale, rappresentando la principale valuta di riferimento nelle operazioni commerciali e nelle riserve delle Banche centrali. Da qualche tempo, però, si è aperto il dibattito sul fatto che la moneta a stelle e strisce possa mantenere questo ruolo o essere soppiantata da altre valute, come lo yuan o l’euro.
Sonal Desai, direttore degli investimenti della divisione reddito fisso di Franklin Templeton, ritiene che lo status del dollaro resterà invariato. A sostegno di questa tesi vi sono tre fattori, considerati pilastri: la dimensione dell’economia americana, la più grande al mondo; la profondità dei suoi mercati; la credibilità istituzionale. A suo avviso, non esistono “alternative credibili”, poiché “sarebbero necessari decenni per costruire l’infrastruttura istituzionale necessaria a supportare una valuta di questo tipo”.
Tutti i potenziali candidati a sostituire il dollaro presentano infatti delle debolezze. “L’area euro non può emettere un asset sicuro unificato su scala sufficiente, mentre il renminbi opera sotto controlli sui capitali e manca di convertibilità”, ha scritto Desai. “La vera concorrenza del dollaro, a mio avviso, non è ancora all’orizzonte”.









