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Fed: Powell insiste, niente tagli dei tassi a marzo

Fed: Powell insiste, niente tagli dei tassi a marzo

Il presidente della Fed, Jerome Powell, prova ancora una volta a spegnere l’entusiasmo degli investitori a Wall Street, dopo che l’indice S&P 500 ha aggiornato nuovamente i massimi storici a 4.958,61 dollari alla fine della scorsa settimana. In un’intervista alla CBS andata in onda domenica sera, il governatore ha ribadito che per vedere il primo taglio dei tassi di interesse bisognerà aspettare oltre il mese di marzo.

Secondo il numero uno della Federal Reserve l’inflazione continua a scendere e a dare buone indicazioni ma ancora non si è arrivati in maniera sostenibile all’obiettivo del 2%. “Il pericolo di muoversi troppo presto è che il lavoro sull’inflazione non sia del tutto finito e le  buone letture che abbiamo avuto negli ultimi sei mesi in qualche modo si rivelino non essere un vero indicatore sulla direzione dei prezzi” ha affermato Powell. Per questa ragione, “la cosa più prudente da fare è prendersi un po’ di tempo per vedere se i dati confermeranno la discesa dell’inflazione verso il target” ha aggiunto.

 

Fed: le minacce dell’inflazione per Powell

Le esternazioni di Jerome Powell riecheggiano quanto il presidente ha affermato al termine dell’ultima riunione della Fed, allorché ha gelato le speranze dei mercati ritenendo “improbabile” una riduzione del costo del denaro già nel meeting del 19-20 marzo. I dati dello scorso venerdì sull’occupazione americana non lasciano spazi a ripensamenti. Il mercato del lavoro si è confermato in gran forma, con dati ben oltre le aspettative degli analisti.

Nel mese di gennaio gli Stati Uniti hanno prodotto ben 353 mila nuovi posti di lavoro, a fronte di un’attesa di 187 mila unità. Il tasso di disoccupazione è si è attestato al 3,7% rispetto al 3,8% del consensus. Cifre che indicano come i tassi di interesse alti non stiano raffreddando l’economia al punto da scoraggiare le aziende ad assumere. Una domanda di lavoro elevata rischia di mettere in moto spirali inflazionistiche. Un pericolo che Powell vuole evitare di incoraggiare con un approccio di politica monetaria troppo accomodante.

Inoltre, Powell ha confermato che lo scenario base è per un taglio dei tassi da 25 punti base per tre volte nel 2024 e che la Fed probabilmente ha interpretato male l’impennata dei prezzi nel 2021, attribuendola semplicemente a strozzature temporanee dell’offerta laddove il problema era di carattere più strutturale. “Col senno di poi sarebbe stato meglio inasprire la politica prima. Nel quarto trimestre del 2021, è diventato chiaro che l’inflazione non era transitoria, per cui abbiamo iniziato a stringere”, ha detto.

 

Banche e geopolitica

Powell si è espresso anche su altre questioni che non riguardano i tassi di interesse e l’inflazione, come la situazione delle banche e i rischi geopolitici. Sul fronte bancario, ultimamente si è affacciata l’ipotesi di un ritorno delle turbolenze dello scorso anno, quando fallirono tre importanti istituti di credito e un quarto, la First Republic Bank, venne incorporato da JP Morgan Chase. I motivi dei rinnovati timori derivano dall’esposizione agli immobili commerciali di alcune banche regionali, come la New York Community Bank. Powell ha provato a essere rassicurante: “Abbiamo esaminato i bilanci delle banche più grandi e sembra essere un problema gestibile. Ci sono alcune banche più piccole e regionali con esposizioni concentrate in queste aree che sono messe a dura prova. Questo è qualcosa di cui siamo consapevoli da molto tempo e stiamo lavorando con loro per assicurarci che abbiano le risorse e un piano per superare le perdite previste”.

Quanto ai rischi geopolitici, il presidente della Fed ha dichiarato che gli effetti sugli Stati Uniti dovrebbero essere minori. “Ci sono guerre in corso in Ucraina e in Medio Oriente che rappresentano un rischio in questo momento per l’Asia” ha precisato. Per quel che riguarda la situazione di debolezza economica della Cina, infine, Powell ritiene che i sistemi economici americani “non siano profondamente intrecciati” con quelli cinesi. Di conseguenza, “finché ciò che accade in Cina non porta a sconvolgimenti significativi nell’economia o nel sistema finanziario, allora le implicazioni per gli Stati Uniti non dovrebbero essere così grandi”, ha concluso.

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Johnny Zotti

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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