Sempre più fondi che si dichiarano sostenibili finanziano l’industria bellica. Negli ultimi anni gli investimenti “verdi” nelle aziende della difesa sono cresciuti fino a sfiorare 50 miliardi di euro, segnando un cambio di paradigma nella finanza esg europea. Persino Elbit Systems, primo produttore di armi israeliano e direttamente coinvolto nella guerra a Gaza, figura oggi in fondi di transizione climatica o esg.
È quanto emerge da un’inchiesta internazionale coordinata da Voxeurop in collaborazione con El País, IrpiMedia e Mediapart, che ricostruisce il percorso politico e regolatorio che ha portato carri armati, droni e munizioni a essere finanziati attraverso strumenti presentati ai risparmiatori come “sostenibili”.
L’esplosione degli investimenti esg nella difesa
Tra il 2021 e il 2025 gli investimenti “verdi” nel settore della difesa sono passati da 14,5 a 49,8 miliardi di euro, più che triplicando in quattro anni e raddoppiando nel solo biennio finale. L’analisi prende in esame 3.037 fondi esg che hanno inserito titoli della difesa nei portafogli e 118 società quotate tra le più capitalizzate a livello globale. Nel 2025 circa 769 fondi verdi hanno generato 7 miliardi di euro di profitti tra capital gain e dividendi, una dinamica resa possibile dall’architettura del regolamento Sfdr, in vigore dal 2021, che limita l’esclusione alle sole armi considerate “controverse” senza classificare come dannosi, ai fini della sostenibilità, molti sistemi d’arma oggi largamente impiegati nei conflitti contemporanei. Un’impostazione ulteriormente rafforzata lo scorso 26 novembre, quando il Parlamento europeo ha approvato una proposta della Commissione che sostituisce il riferimento alle “armi vietate”, restringendo di fatto l’esclusione ai soli ordigni espressamente banditi dal diritto internazionale: mine antipersona, munizioni a grappolo, armi biologiche e chimiche. Restano così finanziabili attraverso investimenti qualificati come sostenibili altre categorie di armamenti, dagli ordigni all’uranio impoverito ai robot killer.
Attraverso una lettura sempre più permissiva delle regole europee, Bruxelles ha progressivamente accreditato la difesa come settore compatibile con gli obiettivi esg, trasformando di fatto i fondi sostenibili in un canale strutturale di finanziamento per l’industria delle armi.
Chi incassa: gruppi europei, colossi Usa e fondi retail
A spartirsi questi flussi sono soprattutto i grandi gruppi della difesa europei e statunitensi. Nel 2025, 104 società hanno attratto i 49,8 miliardi di euro di investimenti “verdi”, con circa metà delle risorse concentrate su 27 aziende europee. In testa figurano la francese Safran e la tedesca Rheinmetall, seguite da gruppi come Leonardo, Airbus, Thales, Saab, Rolls-Royce e BAE Systems, alcune delle quali producono componenti impiegati nei teatri di guerra attuali. Fuori dall’Unione europea dominano i colossi statunitensi, che intercettano il 70% degli investimenti esg destinati a società extra-Ue. Questi titoli sono presenti in fondi verdi commercializzati anche ai piccoli risparmiatori, inclusi prodotti classificati come “esg” o di “transizione climatica”, sollevando interrogativi sulla reale consapevolezza degli investitori finali rispetto all’uso dei capitali impiegati.
Un cortocircuito normativo?
Il quadro che emerge è il risultato di una strategia politica esplicita. L’inchiesta ha dimostrato come diversi dipartimenti della Commissione europea abbiano lavorato per rassicurare banche e gestori sulla piena compatibilità tra finanza sostenibile e industria della difesa, ribadendo la neutralità settoriale dell’Sfdr. In questo contesto, la sostenibilità viene reinterpretata come funzione della sicurezza, mentre le conseguenze materiali della produzione di armi, in termini di vite umane, distruzione ambientale e instabilità sociale, restano ai margini della valutazione.
“La regolamentazione è ambigua e favorisce il tentativo di far rientrare la difesa nella finanza sostenibile”, ha dichiarato a Borsa&Finanza Roberto Grossi, direttore generale di Etica SGR. Un approccio che, secondo Grossi, mira a smarcare culturalmente l’idea che sostenibilità e armamenti non siano in antitesi, ignorando anche l’impatto ambientale del settore. Un report del 2023, “Less war, less warming”, ha stimato infatti che le emissioni militari di Stati Uniti e Regno Unito ammontino a 430 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente, cui si aggiungono gli effetti delle oltre 800 basi militari nel mondo in termini di inquinamento, consumo di risorse e rischi per la biodiversità.
Il risultato è un cortocircuito, dove strumenti nati per orientare il capitale verso attività compatibili con lo sviluppo sostenibile finiscono per finanziare un settore che, per definizione, produce danni irreversibili. Il quadro è reso ancora più chiaro dai numeri dell’industria militare globale: nel 2024 le 100 maggiori aziende produttrici di armi e servizi militari hanno visto i ricavi crescere del 5,9%, fino al record di 679 miliardi di dollari. In un settore già in forte espansione, l’ingresso nei fondi esg appare quindi come una scelta strategica e reputazionale, che accentua il paradosso di una finanza sostenibile sempre più distante dal suo significato originario.









