La guerra ha corrotto anche gli investimenti sostenibili. Bisogna ammetterlo, non è possibile investire in sostenibilità e includere in questo ambito anche le armi “difensive”. Che poi, difensive, non lo sono affatto. Roberto Grossi, direttore generale di Etica SGR, lo ricorda senza mezzi termini: “Le armi, è inutile che ci nascondiamo dietro un dito, sono costruite non per difendere, ma per togliere la vita”. Ricorda anche, tuttavia, quanto i principi siano difficili da interpretare e incasellare. L’intelligenza artificiale, per esempio, è talmente pervasiva che il suo utilizzo in ambito militare è inevitabile. E allora cosa si fa? Si rinuncia a investire in intelligenza artificiale? Borsa&Finanza ha affrontato questi difficili temi con il direttore generale di Etica SGR che ha manifestato la sua preoccupazione per l’inclusione nei portafogli d’investimento di alcuni asset manager di produttori di armi (escludendo le armi controverse, ma quali non lo sono) e che, dopo la corsa dei primi anni 2000, hanno rapidamente spazzato la tematica Esg sotto un tappeto. “Una svolta che non sta giovando sulla credibilità del settore, almeno dal nostro punto di vista”, sottolinea Grossi.
Dott. Grossi, è preoccupato per l’inclusione delle armi in alcuni portafogli d’investimento sostenibili? La difesa è sempre insostenibile?
“Purtroppo non è così semplice, anche perché la regolamentazione stessa è ambigua e favorisce il tentativo, neanche troppo velato, di far rientrare il settore della difesa nella finanza sostenibile. Il fatto più preoccupante è la volontà di smarcare culturalmente il concetto che sostenibilità e armamenti non siano in antitesi. Noi non siamo assolutamente d’accordo. Se anche volessimo guardare alle sole conseguenze ambientali, senza tenere conto del fatto che le armi uccidono – il sistema della difesa ha un impatto molto forte sull’ambiente. Un report del 2023, ‘Less war, less warming’, mostra che le emissioni ‘militari’ di due Paesi come gli Stati Uniti e il Regno Unito ammontano a 430 milioni di tonnellate di CO2 equivalente. Potrei continuare. Per esempio le basi militari dislocate in tutto il mondo sono oltre 800, con costi importanti dal punto di vista ambientale: logistica, pericoli per la biodiversità, inquinamento acustico e luminoso, contaminazione di sostanze chimiche nocive per la salute, impiego simulato di carburanti ed esplosivi, bombardamenti nei test militari”.
Oggi in pochi parlano di Esg mentre fino a pochi anni fa c’era la gara a dichiararsi primi nell’aver affrontato queste tematiche. L’industria dell’asset management ha perso credibilità con questa capriola?
“Il ‘revamping’ degli armamenti non sta giovando alla credibilità, almeno dal nostro punto di vista. Chi si professava molto focalizzato sulla sostenibilità, magari anche facendo dei buoni prodotti, oggi non li propone più perché i temi dominanti sono altri”.
Come è possibile distinguere cosa è nocivo per l’uomo e per l’ambiente e cosa non lo è? L’intelligenza artificiale, per esempio, o la robotica e l’automazione. Possono essere utilizzate per scopi militari. Allora cosa si fa? Si investe o no?
“Noi abbiamo una posizione un po’ più critica rispetto agli altri asset manager, ma non siamo fuori dal settore. Ci poniamo però delle domande, per capire bene quali possano essere gli impatti, al di là degli armamenti, su altri aspetti della vita. La tecnologia è uno strumento, va posta attenzione sul suo utilizzo e sulle conseguenze che ha sulle persone e sull’ambiente. Non abbiamo ancora le risposte ma se non iniziamo a porci le domande, non le avremo mai. Recentemente, in collaborazione con una ong canadese, abbiamo promosso un documento internazionale che vogliamo portare alle Nazioni Unite per regolamentare la produzione dei killer robot, ovvero i droni e le armi che in base ad algoritmi decidono se sparare o meno, se uccidere o no. È gravissimo che una macchina possa decidere della vita di un essere umano”.
Cosa rispondiamo, però, a chi reclama la possibilità di difendersi per nazioni aggredite, come l’Ucraina?
“Per prima cosa che le armi sono ben finanziate anche senza la necessità di nasconderle in un fondo Esg. Inoltre, se partiamo dall’ottica che l’unico approccio accettabile sia andare in guerra, stiamo già guardando le cose da una prospettiva distorta. Non è così che si risolvono i problemi”.
Investire in sostenibilità “vera”, ovvero senza le armi, significa però perdere la performance positiva determinata dai titoli della difesa. Investire Esg significa rinunciare a qualcosa in termini di rendimento?
“Bisogna sempre guardare all’orizzonte corretto di osservazione. Se guardiamo al breve periodo, l’ultimo anno e mezzo, evidentemente chi non ha investito nel settore difesa non ha beneficiato della sua crescita. Tuttavia bisogna anche misurare gli impatti ambientali e sociali degli investimenti e la compatibilità con una visione di lungo periodo che non è solo economica, ma riguarda anche la vita del pianeta e delle persone. D’altro canto, il trend del momento è investire in settori alimentati dai conflitti. Poi, lo speriamo tutti, si tornerà a investire su altri settori. Su orizzonti temporali più lunghi, 8-10 anni, le fasi guidate da situazioni temporanee vengono sempre riassorbite. In generale noi riteniamo che in alcuni frangenti può valere la pena rinunciare a qualcosa per essere sicuri che il denaro non vada a finanziare un sistema eticamente non condivisibile”.ù
Dottor Grossi, lei è stato da poco nominato direttore generale di Etica sgr, quali sono le priorità che intende perseguire nel suo mandato?
“Abbiamo un piano strategico al 2028 e quindi delle progettualità già in essere. La mia scelta è stata di continuità, visto che sono in azienda da anni, ma sicuramente cercherò di portare un po’ di novità e innovazione nello sviluppo strategico e nelle dinamiche commerciali della società. Mireremo sicuramente a rafforzare il nostro messaggio etico, mentre molti tornano indietro sui temi della sostenibilità. Cercheremo anche di migliorare le sinergie in essere con la nostra capogruppo, anche da un punto di vista dello sviluppo della clientela, andando a cercare nuove fasce di clientela che abbiano un grande interesse nei confronti della finanza etica e sostenibile. Ultimo ma non ultimo, stiamo ragionando su un nuovo modello distributivo, più ad ampio raggio e anche online, dedicato alle nuove generazioni che saranno destinataria di un ingente trasferimento patrimoniale e vogliono gestire i propri risparmi attraverso gli strumenti che maneggiano meglio”.
Per quanto riguarda la crescita? Ci sono possibilità di crescere “eticamente” per linee esterne, considerato il risiko bancario in corso?
“Abbiamo in fase di definizione un’operazione importante, con l’acquisto delle quote di maggioranza di un’altra SGR presente sul mercato italiano, che fa finanza di impatto. Una volta ultimata l’operazione ci impegneremo a creare le sinergie necessarie per gestire al meglio i nostri prodotti e studiare nuove soluzioni basate sulle nostre metriche e metodologie storiche. L’obiettivo è di rimanere sempre riconoscibili sul mercato italiano. E poi, perché no, magari proveremo anche ad affacciarci all’estero con l’obiettivo di essere un polo aggregante dell’investimento sostenibile, davvero sostenibile”.









