Guerra in Iran, la Cina è la vera vincitrice dello shock energetico

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Mentre i negoziati in Pakistan tra gli Stati Uniti e l’Iran hanno portato a un nulla di fatto, un terzo attore raccoglie silenziosamente i frutti del conflitto: la Cina. A cinque settimane dall’inizio della guerra, lo shock energetico globale ha innescato una corsa alla modernizzazione delle reti elettriche che passa quasi obbligatoriamente per le aziende di Pechino. Le spedizioni globali di sistemi di accumulo energetico sono già quasi raddoppiate nel primo trimestre dell’anno. Filippine, Brasile e decine di altri paesi hanno accelerato piani di investimento che convergono verso gli stessi fornitori.

Nel frattempo, Xi Jinping ha annunciato una nuova strategia energetica nazionale e i principali produttori cinesi si preparano a quotarsi a Hong Kong per finanziare la loro espansione internazionale. 

 

In questo articolo:

 

  • Guerra in Iran, il vantaggio strutturale della Cina
  • Energie rinnovabili, una domanda che si concentra su pochi fornitori
  • Le aziende cinesi dell’energia conquistano i mercati internazionali

 

Guerra in Iran, il vantaggio strutturale della Cina

Il dominio cinese nel settore delle tecnologie energetiche è il prodotto di una strategia industriale costruita in decenni. Pechino ha investito centinaia di miliardi di dollari nelle energie rinnovabili, proteggendo nel contempo ampi segmenti del proprio mercato interno dalla concorrenza straniera, tra cui la produzione di turbine eoliche e batterie per veicoli elettrici, per consentire ai produttori nazionali di raggiungere scala sufficiente a competere a livello globale. Il risultato è una filiera che copre l’intera catena del valore: pannelli solari, cavi ad alta tensione, trasformatori, inverter, sistemi di accumulo e, in misura crescente, il software di gestione dei flussi energetici.

Parte di questa competitività deriva dalla “spietata concorrenza interna” che ha obbligato le imprese a innovare in modo continuativo. Sul piano tecnologico, la svolta più rilevante riguarda le batterie al litio ferro fosfato, che utilizzano ferro e fosfato al posto di nichel e cobalto. A parità di volume immagazzinano una quantità di energia leggermente inferiore rispetto alle generazioni precedenti, ma costano circa il 99% in meno — un vantaggio decisivo per le applicazioni di rete, dove le dimensioni fisiche sono un fattore secondario. Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, la Cina produce la quasi totalità di queste batterie a livello mondiale. I due attori dominanti sono Byd, che ha superato Tesla nella classifica dei produttori di veicoli elettrici, e CATL, principale fornitore globale di sistemi di accumulo per reti elettriche. “A questo punto, è impossibile competere con la Cina“, ha sintetizzato Cory Combs, direttore associato di Trivium China, società di ricerca e consulenza.

 

Energie rinnovabili, una domanda che si concentra su pochi fornitori

I segnali della nuova corsa agli investimenti sono già misurabili. Le spedizioni mondiali di batterie per lo stoccaggio energetico in rete sono quasi raddoppiate nel solo primo trimestre dell’anno, secondo Matty Zhao, responsabile della ricerca su petrolio, gas e materie prime per l’Asia-Pacifico presso BofA Global Research. Le Filippine hanno annunciato l’attivazione di 22 nuovi impianti a energia rinnovabile entro poche settimane, con l’obiettivo esplicito di rafforzare la stabilità della rete nazionale. Il Brasile, già destinazione rilevante per gli investimenti cinesi nelle infrastrutture energetiche, ha indetto una gara d’appalto per nuove centrali elettriche a fine marzo e ne prevede una seconda nel corso di questo mese, dedicata agli impianti di accumulo su larga scala tramite batterie. Larissa Wachholz, socia di Vallya, società di consulenza attiva nel mercato brasiliano, ha descritto la guerra come “un monito fondamentale sul fatto che il mondo avrà bisogno di ancora più energia“, sottolineando la complementarità tra il fabbisogno tecnologico del Brasile e la capacità produttiva cinese. Sicuramente, uno shock come quello attuale sta avendo la capacità di catalizzare investimenti che erano già in fase di maturazione ma che attendevano un acceleratore esterno.

 

Le aziende cinesi dell’energia conquistano i mercati internazionali

L’industria cinese delle tecnologie energetiche si sta organizzando per tradurre il vantaggio competitivo in presenza diretta sui mercati esteri. A maggio dello scorso anno, CATL ha condotto la più grande offerta pubblica iniziale a Hong Kong dal 2021, avviando un’ondata di quotazioni che ha coinvolto Shuangdeng Group ad agosto — altro produttore di batterie — e che vede in coda Sungrow per i sistemi di accumulo energetico, Ningbo Deye per le apparecchiature solari e Sieyuan per i trasformatori destinati alle reti elettriche. Le quotazioni a Hong Kong mirano esplicitamente a raccogliere capitali per finanziare l’espansione internazionale, in previsione di una domanda crescente legata sia all’urgenza post-bellica sia alla diffusione dei centri dati per l’intelligenza artificiale, sistemi ad alto consumo energetico che richiedono reti stabili e capacità di stoccaggio rilevante.

Parallelamente, il presidente Xi Jinping ha annunciato piani per sestuplicare la capacità eolica e solare cinese rispetto ai livelli del 2020, raggiungendo 3.600 gigawatt installati. Secondo quanto riportato dall’emittente statale CCTV, il leader della seconda economia mondiale avrebbe chiesto un’accelerazione nella pianificazione di un nuovo sistema energetico con un approccio “a tutto campo” alla sicurezza, che prevede un ruolo ampliato per l’idroelettrico e il nucleare, ma anche un ruolo continuo per il carbone, definito “il fondamento del sistema energetico cinese”. Xi non ha fatto riferimento diretto alla guerra nelle sue dichiarazioni. Attualmente, sul fronte idroelettrico, la Cina detiene il 30% della capacità installata mondiale e la metà dei progetti globali di nuove centrali è pianificata da Pechino, inclusa la mega-diga sul fiume Yarlung Zangbo in Tibet da 60 GW. Per il nucleare, i 56 reattori attivi e i 45 in costruzione o autorizzati dovrebbero portare la Cina a superare gli Stati Uniti per capacità installata entro il 2030, con un obiettivo di copertura del 18% del mix energetico entro il 2060. Nel 2025, per la prima volta in dieci anni, la generazione elettrica da fonti fossili ha registrato una contrazione, mentre il nucleare è cresciuto del 7,7% e il solare del 46% nel solo primo trimestre. Una traiettoria che consolida l’ambizione di Pechino di non limitarsi a esportare tecnologia, ma costruire internamente il sistema energetico più diversificato e resiliente del mondo. Perché se da un lato la guerra ha esposto la dipendenza del mondo dal petrolio mediorientale, dall’altro ha rivelato che la via d’uscita passa anch’essa, in larga misura, per Pechino.

Immagine di Hillary Di Lernia

Hillary Di Lernia

Classe 1994 e laureata in scienze della comunicazione, si è specializzata in sociologia conseguendo successivamente un master in criminologia. Giornalista pubblicista, ha collaborato con diverse testate finanziarie tra cui Bluerating e Milano Finanza, occupandosi di risparmio gestito e approfondimenti sui mercati finanziari. Oggi svolge anche la professione di criminologa e giornalista d’inchiesta, con particolare attenzione alle dinamiche sociali, economiche e criminali.

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