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Il 20% delle Banche centrali comprerà euro nei prossimi 2 anni, ecco perché

Il 20% delle Banche centrali comprerà euro nei prossimi 2 anni, ecco perché

Un quinto delle Banche centrali acquisterà euro nei prossimi due anni. Lo rivela un sondaggio realizzato da OMFIF (Official Monetary and Financial Institutions Forum) – un forum londinese indipendente per banchieri centrali, economisti e investitori – che ha intervistato i gestori di riserve valutarie di 75 istituti monetari. Nessun’altra valuta ha ottenuto così tanto consenso tra gli interpellati. Il risultato segna un balzo rispetto all’esito dello stesso studio effettuato nel 2021 e nel 2022.

La moneta unica ha perso attrattiva tra la fine del 2021 e gran parte del 2022 a causa dell’inflazione, innescata prima dai colli di bottiglia alla catena degli approvvigionamenti e in seguito dalla violenta crisi energetica derivante dalla guerra Russia-Ucraina. Soprattutto, l’euro ha perso terreno nei confronti del dollaro USA, che in quel periodo ha mostrato una forza straordinaria dettata dalla serie di rialzi dei tassi della Federal Reserve e dal timore che arrivasse una recessione globale, per cui gli operatori hanno preferito ancorarsi a una valuta rifugio. Nel lasso di tempo considerato, l’EUR/USD è sceso da un livello di circa 1,20 fin sotto la parità. Quando la Banca centrale europea ha iniziato anch’essa ad alzare i tassi di interesse, l’euro si è ripreso portandosi fino a oltre 1,12 rispetto al dollaro, per poi stabilizzarsi intorno a 1,08.

 

Euro: 3 motivi per cui le Banche centrali comprano

Dal sondaggio di OMFIF si evincono soprattutto tre ragioni per cui le Banche centrali incrementeranno le riserve di euro. La prima allude ai tassi di interesse. Dopo un decennio di rendimenti a zero, gli asset in euro hanno un ritorno del 4%-4,5% dopo il ciclo di strette della BCE, il che rende la moneta dell’eurozona molto più attraente. Quest’anno l’Eurotower probabilmente si muoverà dopo la Fed sul fronte della riduzione del costo del denaro e questo rappresenta un vantaggio per la moneta unica. “Ora che l’euro ha un rendimento positivo, i gestori delle riserve stanno cercando di aumentare la loro allocazione valutaria all’euro e in particolare lontano dal dollaro”, ha detto Taylor Pearce, economista senior dell’OMFIF. “Poiché l’euro non rendeva nulla, alcuni avevano detenuto una quota maggiore di dollari e in particolare titoli di Stato denominati in dollari”. Secondo i rappresentanti della Banca centrale polacca, “i rendimenti attesi a medio termine per i titoli di Stato dell’area dell’euro sono migliorati considerevolmente, il che aumenta certamente l’attrattiva dell’asset class”. Per questa ragione, la Banca di Romania ha affermato di voler incrementare il peso dell’euro tra le sue riserve portandolo dal 59% attuale fino addirittura al 75%.

La seconda ragione consiste nella de-dollarizzazione in corso che sta spostando denaro verso la divisa europea. Secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale, la quota del dollaro sulle riserve valutarie totali è scesa al 59% nel 2023 da circa il 72% nel 2000. Al centro di questo processo vi è la rivalità tra USA e Cina. Dopo che sono stati congelati 300 miliardi di dollari di asset russi a seguito della guerra in Ucraina, Pechino ha valutato una diversificazione delle riserve valutarie per non correre rischi simili. L’Europa è più distaccata rispetto agli Stati Uniti nei confronti del Dragone. Quantomeno non ha intrapreso una contesa su molti fronti come in questo momento è in corso tra Washington e Pechino. “L’Europa non ha davvero seguito la politica estera degli Stati Uniti contro la Cina e quindi uno spostamento dell’equilibrio nelle allocazioni dal dollaro all’euro ha molto senso” ha detto Stephen Jen, amministratore delegato di Eurizon SLJ Capital.

La terza ragione riguarda la coesione che l’Europa è riuscita a mantenere dall’inizio del decennio, prima di fronte all’avvento della pandemia da Covid-19, poi davanti allo scoppio della guerra Russia-Ucraina e infine in merito al conflitto in Medio Oriente. Questa unità, che spesso in passato latitava, ha convinto molti investitori circa una certa stabilità a livello politico che ha dei riflessi indubbiamente positivi sull’economia e sul sistema finanziario del gruppo dei 27. “Nel 2011 ho avuto difficoltà a essere positivo con l’Europa, ora invece lo sono”, ha detto Anev Janse, CFO dell’EFSF e del Meccanismo europeo di stabilità.

AUTORE

Johnny Zotti

Johnny Zotti

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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