L’economia italiana entra nel 2026 con un profilo di crescita leggermente più favorevole rispetto all’anno precedente, ma ancora lontano da un vero cambio di passo. È il quadro che emerge dalla Italy Annual Press Conference 2026 di S&P Global Ratings, che fotografa un’Italia in lieve miglioramento, ma ancora strutturalmente fragile rispetto ai principali partner dell’area euro. Secondo le stime dell’agenzia, il Pil è atteso in aumento dello 0,8%, dopo lo 0,5% del 2025, in un contesto europeo segnato da tensioni commerciali persistenti e politiche fiscali sempre più divergenti. In questo scenario, il contributo della domanda interna, il ruolo degli investimenti del Pnrr, i margini sempre più ridotti della politica monetaria e le ricadute per imprese e banche diventano i principali fattori da osservare nel corso del prossimo anno.
In questo articolo:
- Domanda interna e Pnrr: sostegno nel breve, nodi nel medio termine
- Dopo i tagli, la politica monetaria rallenta
- Digitalizzazione: il vero spartiacque competitivo
- Banche, tra redditività elevata e nuove sfide strutturali
Domanda interna e Pnrr: sostegno nel breve, nodi nel medio termine
La resilienza dell’economia europea e globale resta condizionata dal contesto geopolitico, ma lo scenario centrale è quello di una crescita stabile nel breve termine e di un’accelerazione nel medio termine. È la lettura proposta da Sylvain Broyer, chief economist Emea di S&P Global Ratings, che colloca il 2026 in una fase di normalizzazione più che di ripartenza. Per l’Italia questo si traduce in una traiettoria di crescita ancora inferiore alla media dell’Eurozona, con un profilo fortemente dipendente dalla domanda interna e sensibile agli shock esterni, in particolare sul fronte commerciale ed energetico. In questo quadro, il sostegno alla crescita continuerà a provenire soprattutto dai consumi. Le famiglie beneficiano di salari reali ancora positivi e di un mercato del lavoro che, pur mostrando segnali di graduale raffreddamento, resta complessivamente solido. Proprio per questo S&P individua nell’Italia una possibile eccezione rispetto ad altri Paesi europei, grazie a un maggiore potenziale di recupero dei redditi.
Sul versante degli investimenti, il Paese si distingue per l’utilizzo intenso delle risorse del Next Generation Eu a favore degli investimenti pubblici, con effetti di trascinamento sull’attività economica e sulle costruzioni anche oltre la fase più espansiva del superbonus. Resta però aperto il nodo delle riforme strutturali: secondo l’agenzia, l’enfasi sugli investimenti ha inciso meno sul mercato del lavoro, lasciando irrisolto il tema della crescita potenziale nel medio periodo.
Dopo i tagli, la politica monetaria rallenta
La politica monetaria entra nel 2026 in una fase di equilibrio più che di ulteriore espansione. Secondo S&P Global Ratings, il ciclo di riduzione dei tassi nell’area euro può considerarsi sostanzialmente concluso dopo gli interventi messi in campo nel 2025, riducendo in modo significativo lo spazio per nuovi stimoli nel breve termine. Con l’inflazione in progressivo allineamento agli obiettivi della Bce e una disinflazione ormai avanzata, la politica monetaria perde progressivamente la funzione di principale sostegno ciclico all’economia. In questo contesto, il focus si sposta dalle decisioni sui tassi alle condizioni finanziarie complessive. Il costo del credito resta più elevato rispetto alla media del decennio pre-pandemico e continua a influenzare le scelte di investimento e di consumo, in particolare per le imprese più esposte al ciclo e per le famiglie con maggiore leva finanziaria. Allo stesso tempo, la stabilizzazione dei tassi contribuisce a ridurre l’incertezza, favorendo una graduale normalizzazione dei flussi di credito, senza tuttavia innescare una nuova fase espansiva.

Digitalizzazione: il vero spartiacque competitivo
Il ritardo nella trasformazione digitale emerge come uno dei principali fattori di debolezza strutturale. A differenza della media europea, dove il settore Ict ha contribuito in modo significativo a crescita e occupazione, in Italia il peso della digitalizzazione resta limitato e la quota di imprese con bassa intensità digitale rimane elevata. Anche l’adozione dell’intelligenza artificiale risulta marginale, soprattutto tra le pmi, con effetti diretti sulla produttività e sulla competitività.
Banche, tra redditività elevata e nuove sfide strutturali
Il sistema bancario italiano entra nel 2026 con fondamentali solidi e livelli di redditività ancora elevati, sebbene dopo il probabile picco raggiunto nel 2025. Secondo S&P Global Ratings, nel prossimo anno è attesa una moderata flessione degli utili, legata all’aumento della pressione fiscale e a un lieve incremento delle rettifiche su crediti, in un contesto che vedrà ampliarsi la dispersione di performance tra gli istituti. Economie di scala, diversificazione dei ricavi e capacità di investire in digitalizzazione e wealth management diventano quindi i principali fattori discriminanti.
Tuttavia, a incidere sui conti potrebbe contribuire anche l’aumento dell’Irap. Secondo Mirko Sanna, director Financial Institutions di S&P Global Ratings, la misura comporterà un costo complessivo di circa un miliardo di euro per il settore, con un incremento medio del tax rate di circa due punti percentuali. Pur partendo da una posizione di forza, dopo un 2025 caratterizzato da redditività elevata, le nuove misure fiscali potrebbero avere un impatto negativo e immediato sui bilanci bancari.









