In Italia, la spesa per la difesa è da tempo terreno di scontro tra le forze politiche del Paese, nonché oggetto di acceso dibattito tra gli economisti. I membri della Nato hanno concordato di aumentare gli investimenti militari al 3,5% del Pil entro il 2035, cedendo alle pressioni del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Ciò ha generato grandi polemiche, perché rispettare un impegno così gravoso potrebbe significare un aumento considerevole del debito pubblico in rapporto alla crescita nazionale, in particolare per l’Italia.
Presentando il bilancio 2026 la scorsa settimana, il ministro delle Finanze, Giancarlo Giorgetti, non si è sbottonato e ha dichiarato che sui piani relativi alle spese militari per i prossimi tre anni il governo informerà il Parlamento all’inizio del 2026. Tuttavia, gli economisti lanciano l’allarme, ritenendo che il rapporto debito/Pil dell’Italia potrebbe arrivare a superare quello della Grecia. In questo articolo:
- Italia: il peso degli impegni Nato
- Lo scetticismo degli analisti
Italia: il peso degli impegni Nato
Lo scorso anno Roma ha speso per la difesa l’1,5% del Pil, decisamente al di sotto dell’obiettivo attuale del 2% della Nato. Tuttavia, il governo ha affermato che il target verrà raggiunto nel 2025. Per arrivare al 3,5% sarà necessario un grande sforzo ulteriore, che rischia di avere ripercussioni pesanti sui conti pubblici. Nel 2024 il debito/Pil italiano si è collocato intorno al 135%, risultando il secondo più alto in Europa dopo quello greco. Secondo l’agenzia di rating S&P Global Ratings, potrebbe raggiungere quota 137,7% entro il 2035, ma qualora l’Italia dovesse rispettare gli impegni con la Nato, il rapporto salirebbe al 148,4%. Si tratterebbe quasi di un record storico, poiché sarebbe alle spalle solo del debito/Pil al 154% del 2020, quando il mondo fu colpito dalla pandemia. A quel livello di indebitamento, inoltre, l’Italia diventerebbe il Paese del Vecchio continente più indebitato.
Le stime di altre grandi istituzioni internazionali non sono rassicuranti. Senza considerare l’impatto delle spese militari, ad esempio, il Fondo Monetario Internazionale prevede un debito/Pil del 137,7% entro la fine del decennio. L’Ocse, nel “Oecd Economic Outlook, Volume 2024 Issue 2 (dicembre 2024) – Italia“, indica che il debito lordo è salito a circa 135,3% del Pil nel 2024, con un previsto aumento a 136,7% nel 2025 e a 138,2% nel 2026. Le proiezioni sono perfettamente in linea con quelle dell’Unione europea.
Le previsioni ufficiali del governo, tratte dal Documento di finanza pubblica 2025 e dai documenti collegati, vedono un rapporto in graduale discesa dopo un massimo al 137,6% nel 2026, dal 136,6% del 2025. La stima è di 137,4% nel 2027 e 136,3% nel 2028. Quando l’Europa ha concordato l’entità della spesa per la difesa a giugno, la prima ministra italiana Giorgia Meloni si era detta convinta che la spesa fosse sostenibile, considerando che l’impegno è spalmato in dieci anni. In particolare, la premier ha precisato che, per finanziare questo investimento, l’esecutivo non taglierà nemmeno un euro dai programmi sociali prioritari, come l’assistenza e la sanità. Anzi, indirizzando l’aumento del budget militare verso le aziende italiane della difesa, lo Stato creerebbe un circolo virtuoso stimolando la crescita del Pil.
Lo scetticismo degli analisti
Gli analisti non sono molto convinti di quanto sostiene Giorgia Meloni. In pratica, gli osservatori finanziari dubitano che la spesa per la difesa fornisca uno stimolo economico, in quanto gran parte di essa non verrà utilizzata per la ricerca e lo sviluppo, ma per importare attrezzature e coprire spese amministrative. Ciò significa che il debito pubblico finirà sotto pressione.
“Gli obiettivi potrebbero essere più illusori di quanto sembri, dato che molte economie europee hanno uno spazio fiscale inesistente e non hanno la volontà politica di tagliare altre spese a favore della spesa per la difesa”, ha affermato Andrew Hunter, economista senior di Moody’s Analytics. “Al di fuori della Germania, dubitiamo che un aumento così significativo della spesa si materializzerà nella maggior parte dei Paesi nei prossimi anni”.
Secondo Andrew Kenningham, economista della società di consulenza Capital Economics, per l’Italia (così come per altri Paesi come Francia e Belgio), “ulteriori prestiti di questa portata aggraverebbero una posizione fiscale già fragile, aumentando il rischio di un sell-off nei mercati dei titoli di Stato nei prossimi anni”.









