La Federal Reserve (Fed) non ha tradito le attese della vigilia e ha ripreso il ciclo dei tagli ai tassi di interesse con una prima mossa da 25 punti base nella riunione di ieri. Tutti i governatori sono stati d’accordo sulla decisione, ad eccezione di Stephen Miran – da poco nominato da Trump – che ha votato per una riduzione di mezzo punto. Gli alti funzionari della Banca centrale hanno previsto anche altre due sforbiciate di un quarto di punto quest’anno.
Il presidente Fed, Jerome Powell, ha giustificato l’approccio con i crescenti segnali di debolezza del mercato del lavoro statunitense, che nel mese di agosto ha creato appena 22 mila nuovi occupati, mentre il tasso di disoccupazione si è confermato al 4,3%, ovvero al livello più alto degli ultimi quattro anni. “La domanda di lavoro si è indebolita e il recente ritmo di creazione di posti di lavoro sembra essere inferiore al tasso di pareggio necessario per mantenere costante il tasso di disoccupazione. Non posso più dire che il mercato del lavoro sia molto solido”, ha detto Powell in conferenza stampa a chiusura del meeting. In questo articolo:
- I tagli Fed soddisferanno Trump?
- L’inflazione è ancora una minaccia
I tagli ai tassi della Fed soddisferanno Trump?
Powell è riuscito a compattare la Fed dietro una politica monetaria accorta. Gli analisti si aspettavano quattro dissensi su undici, ma alla fine il voto contrario è stato solo uno. L’istituto monetario ha fatto però un passo avanti rispetto a quanto previsto a giugno in tema di tassi. Tre mesi fa, i responsabili politici avevano indicato solo due tagli per il 2025, mentre ora ne pronosticano tre. Tra l’altro, prevedono un abbassamento del costo del denaro di un quarto di punto sia nel 2026 che nel 2027.
Molti ora si chiedono se il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, sarà contento della decisione della Fed. Il tycoon aveva chiesto drastiche riduzioni, mettendo sotto pressione la Banca centrale dapprima con la minaccia di licenziare Powell e poi adoperando le maniere forti, tentando di estromettere la governatrice Lisa Cook. L’ultima mossa di Trump però si è scontrata con l’autorità giudiziaria, che ha sentenziato la non rimozione del funzionario del Consiglio della Fed.
“Il Fomc sta dimostrando solidarietà nel prendere insieme una decisione difficile”, ha dichiarato David Bianco, direttore degli investimenti di Dws Group per le Americhe. Tuttavia, l’esperto ha segnalato che “c’è un antagonista nel comitato”, facendo riferimento al neo insediato governatore Stephen Miran, in congedo temporaneo dal suo ruolo di presidente del Consiglio dei consulenti economici della Casa Bianca. Miran è un uomo di Trump e ha chiesto un taglio più aggressivo, il che lascia pensare che il magnate newyorchese non sarà del tutto soddisfatto di quanto stabilito dall’istituto centrale.
L’inflazione è ancora una minaccia
Davanti ai giornalisti, Powell ha avvertito che le pressioni inflazionistiche derivanti dai dazi sono ancora presenti. L’indice dei prezzi al consumo ad agosto è cresciuto del 2,9% su base annua, aumentando rispetto al 2,7% di luglio e mantenendosi lontano dall’obiettivo di lungo periodo della Fed. “Il nostro obbligo è quello di garantire che un aumento una tantum del livello dei prezzi non diventi un problema di inflazione in corso”, ha detto Powell. Per questo, in rapporto alle prospettive di ulteriori mosse sui tassi, Powell ha tenuto un tono cauto, affermando che la valutazione andrà fatta “riunione per riunione”.
Anche nelle dichiarazioni dopo l’incontro, i responsabili politici hanno riconosciuto che l’inflazione è aumentata e rimane ancora elevata, sebbene nel contempo abbiano sottolineato le preoccupazioni per l’occupazione. Secondo Stephen Stanley, capo economista di Santander US Capital Markets, il percorso della Fed “non sembra l’inizio di una campagna di allentamento aggressiva, ma dipenderà molto da come si svilupperà l’economia da qui in avanti”.









