Il carry trade potrebbe essere finito. Almeno nel modo in cui lo si è visto fino a poco tempo fa. Il cambiamento delle politiche monetarie della Bank of Japan e della Federal Reserve potrebbe segnare un nuovo paradigma che rende più difficile per gli operatori dei mercati valutari prendere vantaggio da una strategia che per anni è stata molto profittevole. L’operatività è stata costruita principalmente su due valute: lo yen e il dollaro Usa. O meglio, sulla differenza di rendimento tra di esse. Ciò è stato supportato da un andamento del cambio favorevole. Fino a quando il quadro generale non è cambiato e il divario si è ristretto ed è destinato a restringersi ulteriormente. In questo articolo:
- Cos’è il carry trade
- Inizio e fine del carry trade
- Quali conseguenze a livello globale
Cos’è il carry trade
Il carry trade è una strategia attraverso cui un soggetto prende a prestito denaro denominato in una valuta con bassi costi di finanziamento per investirlo in asset a rendimento più elevato. Tali asset possono essere altre valute, ma anche azioni e attività redditizie. Qualora si tratti solo di valute, è molto importante che il gap di rendimento non sia compensato dall’andamento sfavorevole del cambio sottostante. Se, ad esempio, ci si finanzia in euro a un tasso annuo del 2% per comprare dollari che rendono il 4,5%, si ottiene un profitto del 2,5%. Affinché la strategia sia vincente, è necessario che il cambio Eur/USd non si deprezzi in un anno di oltre 2,5 punti percentuali.
Inizio e fine del carry trade
Negli ultimi anni sui mercati valutari si è generata un’opportunità che ha mosso un fiume di denaro coinvolgendo i trader di tutto il mondo. Lo yen giapponese si è prestato come valuta ideale per essere presa a prestito, in virtù di costi prossimi allo zero. Ciò è stato possibile perché la Banca del Giappone ha abbassato negli ultimi decenni i tassi di interesse fino a portarli addirittura in territorio negativo e tenerli a quel livello fino al 2024. I trader hanno costruito la strategia utilizzando come controparte allo yen il dollaro Usa, che presentava tassi più elevati.
In particolare, dopo la sfilza di aumenti da parte della Fed a partire da marzo 2022 per combattere l’inflazione galoppante negli Stati Uniti, lo spread di rendimento tra i tassi di riferimento americani e quelli giapponesi è arrivato a circa 5,5 punti percentuali. Giocoforza, finanziarsi in yen per acquistare dollari produceva rendimenti molto elevati. Il profitto totale dell’operazione per giunta è stato arricchito dal fatto che il cross Usd/Jpy ha intrapreso un rally portentoso raggiungendo un picco di 162 a luglio dello scorso anno.
Il sistema però è imploso verso la fine di luglio 2024, quando la BoJ ha alzato i tassi di interesse dallo 0,10% allo 0,25% e pochi giorni dopo il Bureau of Labor Statistics ha rilasciato dati sull’occupazione americana allarmanti. I due eventi hanno scatenato un effetto dirompente nel mercato, con la gran parte dei trader che aveva costruito il carry trade sull’Usd/Jpy che improvvisamente si è ritrovata a liquidare in massa le operazioni in essere. In pratica ha riacquistato lo yen e venduto il dollaro. La liquidazione delle operazioni è proseguita per diverse settimane e di fatto ha decretato la fine del carry trade per come lo si conosceva.
Oggi sembra improbabile un ritorno della strategia. La Banca centrale giapponese si appresta ad aumentare ancora i tassi di interesse, dal momento che il Paese non vive più l’incubo della deflazione e il costo della vita si mantiene stabilmente al di sopra dell’obiettivo di lungo periodo. Anche se la BoJ, di fronte a dati macroeconomici ancora non del tutto rassicuranti e a una situazione politica instabile culminata dall’annuncio delle dimissioni del primo ministro Shigeru Ishiba, mantiene ancora delle riserve. Nel contempo, la Federal Reserve ha ripreso il ciclo dei tagli ai tassi di interesse, iniziato e interrotto nel 2024, visto che il rallentamento del mercato del lavoro statunitense ha dato un segnale evidende di possibile flessione dell’economia nazionale.
Quali conseguenze a livello globale
Il carry trade ha contrassegnato anni in cui il superdollaro ha regnato sovrano nel mercato delle valute, con implicazioni chiare a livello economico. La forza del biglietto verde, per quanto anche espressione dell’ottimo stato di salute dell’economia a stelle e strisce, è stato un problema per molte aziende statunitensi che esportavano all’estero in quanto i loro prodotti non erano competitivi. Il contributo del carry trade nel rafforzamento del dollaro frenava poi il rally delle materie prime, come oro e petrolio, giacché esse sono quotate proprio in dollari e quindi gli investitori non americani dovevano spendere di più per via del cambio e limitavano la domanda.
La vendita di yen, indebolendo la moneta, attirava investimenti stranieri in Giappone. Non a caso la Borsa di Tokyo ha intrapreso un lungo trend ascendente che ha portato gli indici borsistici verso i massimi storici. La debolezza dello yen ha aiutato il Giappone a uscire dalla deflazione, che ha tormentato il Paese per decenni. Ciò grazie alla forza delle esportazioni, in cui il Sol Levante è stato sempre forte.
Questo modello potrebbe essere destinato alla fine, accompagnato dal tramonto del carry trade. L’obiettivo è raggiungere un nuovo equilibrio che impedisca distorsioni dei mercati tali da riportare alla situazione passata.









