Le quotazioni del petrolio sono poco variate oggi nel mercato delle materie prime, con il Brent che oscilla intorno ai 73 dollari al barile e il West Texas Intermediate che viaggia poco sotto i 70 dollari. La tensione però è alta e gli investitori stanno soppesando alcuni fattori che possono incidere sul prezzo del greggio. Nel fine settimana, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump si è detto arrabbiato con il leader russo Vladimir Putin per la sua posizione poco disponibile a far finire la guerra in Ucraina. Il capo del Cremlino ha contestato la leadership del presidente ucraino Volodymir Zelensky ponendo come condizione per un cessate il fuoco la decapitazione politica di quest’ultimo e l’indizione di nuove elezioni.
Trump considera questo un atteggiamento che non va nella direzione della pace. Di conseguenza ha minacciato sanzioni sul petrolio russo, dal 25% al 50%, attraverso tariffe secondarie sugli acquirenti, se Mosca si tirerà indietro dagli sforzi per porre termine al conflitto. “Se la Russia e io non saremo in grado di fare un accordo per fermare lo spargimento di sangue in Ucraina e se riterrò che sia stata colpa della Russia, ho intenzione di imporre tariffe secondarie su tutto il petrolio che esce dal Paese”, ha detto Trump. Gli Stati Uniti non comprano greggio da Mosca dall’aprile 2022 nell’ambito delle sanzioni stabilite dall’occidente per colpire l’economia russa a seguito dell’invasione dell’Ucraina. Pertanto, le minacce del presidente USA sono indirizzate versole nazioni che stanno facendo affari con Putin.
Nel mirino ci sarebbero India e Cina. Nuova Delhi ha addirittura superato Pechino come principale acquirente di greggio russo trasportato via mare. Lo scorso anno circa il 35% del totale del petrolio importato dalla terza economia asiatica è arrivato dalla Russia. “Se compri petrolio dalla Russia non puoi fare affari negli Stati Uniti”, ha tuonato Trump. Per la verità, il leader repubblicano già prima di mettersi al tavolo della trattativa con Putin aveva parlato di sanzioni devastanti se Mosca non avesse fatto la sua parte per mettere la parola fine alla carneficina in Ucraina. Se dovessero arrivare le sanzioni, si creerebbe una nuova stretta all’offerta di oro nero, con i prezzi che potrebbero salire.
Questo effetto rialzista però oggi è stato compensato dalle preoccupazioni sui dazi americani che partiranno dal 2 aprile. Trump non ha risparmiato niente e nessuno. Tutti i Paesi che esportano auto negli Stati Uniti saranno colpiti da una tariffa del 25%, che si aggiunge a quella della stessa dimensione già in vigore per acciaio e alluminio. Inoltre, dopodomani dovrebbero scattare i dazi reciproci, ossia quelli che gli USA impongono alle nazioni che a loro volta li hanno stabiliti per importazioni americane. L’escalation della guerra commerciale in corso che ne deriva rischia di portare in contrazione l’economia globale, abbassando le quotazioni del petrolio che di norma viaggiano di pari passo con l’andamento economico.
Petrolio: Macquarie vede quota 60 dollari al barile
Sull’andamento dei prezzi del petrolio per i prossimi mesi prevale l’incertezza più assoluta. Oltre al rischio di sanzioni verso la Russia ci sono anche altri aspetti che meritano considerazione. Tra questi la politica dell’Opec+. Il cartello dei Paesi esportatori dovrebbe continuare a mantenere l’aumento dell’offerta anche in maggio per evitare di perdere quote di mercato a beneficio dello scisto statunitense. Inoltre, c’è da considerare la ripresa economica della Cina dopo i piani di stimolo messi in campo dal governo e come essa potrà incidere sulla domanda di petrolio. Non bisogna dimenticare che Pechino è il principale consumatore mondiale di greggio ed è stato una delle cause principali dei prezzi depressi negli ultimi anni.
Vikas Dwivedi, economista globale di petrolio e gas di Macquarie, non è molto ottimista. “Siamo ancora ribassisti, anche se non come lo eravamo a 80 dollari, per ovvie ragioni”, ha detto in un’intervista. “I nostri obiettivi riguardano il livello di prezzo che può essere sostenuto e per noi si tratta di 60 dollari”. Sotto questa soglia è improbabile che il petrolio scenda troppo, precisa l’esperto, in quanto in quel caso, l’offerta statunitense e dell’Opec rallenterebbe. Dwivedi, inoltre, ha detto di essere “ribassista sui margini di raffinazione e sul diesel”, aggiungendo che il carburante “soffre di più in una guerra commerciale”. Tuttavia, ha anche evidenziato la chiusura di alcuni impianti cinesi, ricordando che “se la capacità di lavorazione del petrolio alla fine diminuirà più rapidamente rispetto alla domanda, le prospettive a lungo termine per i prodotti raffinati potrebbero essere più positive”.









