Petrolio: una discesa a 60 dollari potrebbe evitare la recessione?

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Il petrolio Brent è sceso sotto i 70 dollari per la prima volta dalla fine del 2021, di fronte alle preoccupazioni che una recessione dell’economia mondiale si materializzi. Le quotazioni del greggio sono arrivate a livelli stratosferici a seguito dell’impennata dell’inflazione negli ultimi anni, toccando un massimo di 140 dollari al barile nel 2022. La crisi dell’economia cinese che ha contratto la domanda della materia prima del più grande consumatore mondiale ha spinto i prezzi al ribasso.

L’andamento del petrolio riflette quello dell’economia generale e le aspettative su di essa. Se l’economia va bene, tutta l’attività produttiva che utilizza l’energia è in movimento e quindi aumenta la domanda di un combustibile importante come il petrolio. Se viceversa vive una fase di depressione, anche i consumi di carburante ne risentono e quindi cala la richiesta di greggio.

Alcune grandi banche come Citigroup e JPMorgan Chase hanno previsto che l’oro nero scivolerà verso i 60 dollari al barile nel 2025, mentre i Paesi esportatori come l’Arabia Saudita devono fare i conti con l’abbassamento del punto di pareggio, ossia quel prezzo del petrolio tale per cui la produzione di un barile in più non comporta né un profitto né una perdita.

 

Petrolio: quale impatto di un prezzo a 60 dollari

Una discesa del prezzo del petrolio verso quota 60 dollari al barile non sarebbe però una brutta notizia per l’economia, secondo alcuni analisti. Questo perché, in un contesto in cui l’inflazione è ancora relativamente alta al punto da diminuire il potere d’acquisto dei consumatori, un greggio più economico si rifletterebbe in una maggiore capacità di spesa, contribuendo quantomeno ad ammorbidire un’eventuale recessione.

“La probabilità di ottenere un atterraggio morbido aumenterebbe, questo vale sia per l’Europa che per gli Stati Uniti”, ha detto Tim Drayson, responsabile dell’economia presso Legal & General Investment Management Ltd a Londra. “A conti fatti, sarebbe un netto positivo per il mondo far scendere i tassi e aiutare le Banche centrali a tornare alla neutralità”. Anche per Christof Ruehl, analista senior presso il Center on Global Energy Policy della Columbia University, la discesa del petrolio “è molto utile soprattutto per le Banche centrali”, in quanto “riduce la pressione sull’inflazione, che è ciò di cui gli istituti monetari hanno bisogno in questo momento”.

La prima Banca centrale chiamata ad affrontare il mutevole contesto petrolifero sarà la BCE, che domani entrerà in scena con la consueta riunione di politica monetaria. Il greggio ha un impatto considerevole sulle previsioni trimestrali che i funzionari dell’Eurotower utilizzano per guidare il loro giudizio. A giugno scorso, prevedevano una quotazione del petrolio di 78 dollari al barile per il 2024, il che significa un grave impatto al ribasso sulle prospettive di inflazione nel caso in cui realmente il greggio dovesse crollare a 60 dollari.

In USA, invece, la Federal Reserve è ora concentrata su quanto accade sul mercato del lavoro piuttosto che sull’inflazione. Tuttavia, la Banca centrale potrebbe fornire uno stimolo maggiore per favorire un atterraggio morbido nel sapere che il costo del greggio è più basso, suggerisce Freya Beamish, capo economista di TS Lombard. “Ciò restituirebbe il potere d’acquisto ai consumatori statunitensi, contribuendo a mitigare alcune delle crepe che si stanno manifestando nell’economia della nazione”, ha detto.

Immagine di Johnny Zotti

Johnny Zotti

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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