Il contesto geopolitico al quale l’Europa si era assuefatta da decenni è improvvisamente cambiato a partire dal 24 febbraio 2022, data di inizio dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Poi è seguito l’attacco di Hamas a Israele, il 7 ottobre 2023 e la reazione spropositata di Gerusalemme sulla Striscia di Gaza. Fino ad arrivare all’attacco all’Iran che ha incendiato l’intero Medio Oriente. Un risveglio brusco che ha imposto di accelerare la discussione, se non l’attivazione, di alcuni temi centrali. Tra questi c’è l’autonomia strategica, ovvero la capacità dell’Unione europea essere indipendente nei settori chiave della sicurezza, difesa, economia e tecnologia. L’Europa è davvero pronta a giocare una partita da protagonista nello scenario globale, o è destinata a rimanere schiacciata tra le grandi potenze? In questo contesto, anche gli investitori iniziano a interrogarsi su opportunità e rischi di una trasformazione che potrebbe ridisegnare profondamente l’economia europea nei prossimi anni. Borsa&Finanza ne ha parlato con Paolo Proli, co-general manager & executive board member di Amundi SGR.
Energia, difesa, tecnologia, mercati dei capitali: l’Europa riuscirà a costruire strutture unitarie per aumentare la sua autonomia strategica? In quanto tempo?
“Le istituzioni europee continuano a portare avanti la loro agenda di rafforzamento dell’autonomia strategica dell’Europa, attraverso piani specifici per settori e misure trasversali, volte a sostenere la competitività dell’industria europea. Le più recenti proposte legislative si sono concentrate sulla sicurezza in senso ampio, sull’intelligenza artificiale, sulla continuità delle catene di approvvigionamento, nonché sulla semplificazione normativa e sul sostegno all’industria europea. Ad esempio, l’Industrial Accelerator Act ha introdotto il concetto di ‘preferenza europea’ negli appalti pubblici e negli aiuti destinati ai settori strategici (automotive, industrie ad alta intensità energetica, tecnologie a basse emissioni di carbonio).
Gli annunci e i piani europei adottati negli ultimi anni, come quelli tedeschi per massicci investimenti nella difesa e nelle infrastrutture, hanno generato grandi aspettative in merito alla loro attuazione, soprattutto considerando che l’Ue non è nota per la rapidità con cui realizza i progetti. Tuttavia, la maggior parte dei paesi europei ha compiuto rapidi progressi in due settori chiave per l’autonomia strategica europea: l’energia e la difesa. Siamo inoltre ottimisti in merito al fatto che, nei prossimi 10 anni, questo trend possa consolidarsi anche negli altri settori essenziali per garantire l’autonomia europea. Dati recenti indicano che l’attuazione delle iniziative finalizzate a conseguire questo obiettivo abbia raggiunto finora solo il 10% (Draghi implementation index)”.
Quali sono i settori favoriti dal perseguimento dell’autonomia strategica europea?
“I settori più favoriti sono quelli considerati essenziali per ridurre le vulnerabilità e le dipendenze strategiche esterne dell’Europa: industria, difesa, digitale, energia, sanità, agroalimentare e finanza, tutti elementi centrali per l’agenda della Commissione. L’industria (semiconduttori, automazione, infrastrutture energetiche) ricostruisce la capacità produttiva; la difesa abilita canali di approvvigionamento e innovazione a duplice uso (droni, cyber, propulsioni); l’agroalimentare tutela le catene di approvvigionamento; la finanza facilita la realizzazione di impianti, attività di ricerca e sviluppo e progetti pubblico-privati. Per il 2026, ci aspettiamo che l’industria e la difesa assumano un ruolo predominate, con cyber e IA come sotto-segmenti prioritari”.
In questi quattro ambiti, a che punto si trova l’Europa nel contesto mondiale?
“Negli ultimi anni l’Europa è riuscita a rafforzare la propria sovranità nei settori della difesa e dell’energia, spinta dalla necessità e da politiche proattive. Al contrario, sul piano tecnologico continua a dipendere in modo significativo da Stati Uniti e Cina. La creazione di ecosistemi favorevoli all’innovazione, la mobilitazione di ingenti finanziamenti pubblico-privati e la lotta alla frammentazione del mercato continuano a definire la traiettoria delle politiche industriali per i prossimi anni. In questo contesto, l’Europa potrebbe rappresentare un modello di riferimento, valorizzando la propria capacità di regolamentazione come risorsa strategica per rendere più resilienti e sicure l’adozione delle nuove tecnologie e le relative applicazioni”.
È un tema di investimento che viene inserito nei portafogli da Amundi SGR? In che modo?
“L’autonomia strategica europea è diventata un tema sempre più centrale negli ultimi anni, mentre il contesto europeo è attraversato da trasformazioni strutturali di grande portata. La pandemia e la guerra in Ucraina hanno messo in luce dipendenze strategiche e hanno portato all’adozione di grandi programmi pluriennali e nuove misure. Queste azioni creano una domanda sostenuta, che si è tradotta in un’opportunità strutturale pluriennale adatta in particolare agli investitori con un orizzonte di lungo termine.
Sulla base di queste considerazioni, abbiamo deciso di lanciare diverse strategie, sia a gestione attiva che passiva, per offrire ai nostri clienti l’opportunità di cogliere la crescita a lungo termine di questo segmento e partecipare al contempo al rafforzamento della competitività e della resilienza dell’Europa. In particolare, sul fronte della gestione attiva, abbiamo lanciato a marzo 2023 il fondo CPR Invest – European Strategic Autonomy, che si inserisce pienamente in questa dinamica. Grazie a un approccio proprietario, la strategia consente di investire in un portafoglio ad alta convinzione, in società europee attive in cinque settori chiave: Industria (in particolare i sotto-segmenti legati alla sicurezza delle catene di approvvigionamento, all’energia e alla tecnologia), Difesa, Alimentazione, Sanità e Finanza”.
Considerati gli ingenti investimenti, i ritardi dell’Europa e l’indebitamento di alcune nazioni, come si fa a finanziare l’autonomia strategica?
“ReArm Europe / Readiness 2030, EU Green Deal, Repower EU Plan, Cyber Resilience Act, EU Chips Act, sono solo alcuni dei piani di spesa approntati a livello europeo per finanziare lo sviluppo di un’Europa più autonoma, generando al contempo nuove opportunità di mercato. Per raggiungere questo ambizioso obiettivo, è necessario mobilitare anche il capitale privato e convogliarlo verso i settori strategici dell’Europa. Il finanziamento, infatti, deve provenire da una combinazione di spesa pubblica, programmi europei, iniziative nazionali e capitale privato. All’Europa non mancano le ‘capabilities‘, vale a dire il talento e la spinta all’innovazione, ma la capacità di fare scala e generare i volumi necessari. Nei paesi che già affrontano tendenze demografiche sfavorevoli, una maggiore spesa e una minore flessibilità fiscale sollevano interrogativi sulla sostenibilità del debito”.
Cosa significa per il mercato nel lungo termine?
“Nel lungo periodo, il tema può rappresentare un’opportunità strutturale pluriennale. Potrebbe sostenere la reindustrializzazione europea, la rilocalizzazione delle filiere, l’adozione di nuove tecnologie e la crescita degli investimenti infrastrutturali. Se l’espansione industriale e l’implementazione delle politiche procederanno come previsto, il mercato europeo potrebbe beneficiare di un re-rating duraturo, consentendo agli investitori di partecipare a una crescita sostenibile e ben diversificata rispetto alle concentrazioni attuali, spesso limitate ai soli campioni di capitalizzazione statunitensi”.









