Nuovo anno, nuovi tagli al personale per Stellantis. A Tychy, in Polonia, uno degli stabilimenti chiave del gruppo, l’azienda ha infatti annunciato la cancellazione del terzo turno produttivo e il taglio di circa 740 posti di lavoro. La decisione ha spinto il sindacato Solidarnosc a rivolgersi direttamente ai grandi azionisti, da Exor allo Stato francese, chiedendo una presa di posizione chiara sul futuro industriale del sito.
Il caso polacco si inserisce in un quadro più ampio di riduzioni occupazionali, rallentamenti produttivi e riorganizzazioni che negli ultimi anni hanno interessato Italia ed Europa, mentre il baricentro strategico del gruppo sembra spostarsi sempre più verso Stati Uniti e Cina.
In questo articolo:
- Tychy e l’effetto domino sull’indotto della Slesia
- Stellantis in fuga da Italia e Europa
- Stati Uniti e Cina: la previsione di Tavares si avvera?
- I numeri di Stellantis del 2025
Tychy e l’effetto domino sull’indotto della Slesia
Il piano di riduzione annunciato il 12 gennaio riguarda uno degli stabilimenti più rilevanti di Stellantis in Europa centrale, non solo per i volumi ma per il ruolo che Tychy svolge nella filiera industriale regionale. L’uscita di circa 740 lavoratori, pari a quasi un terzo dell’organico, si accompagna alla cancellazione del terzo turno produttivo a partire da marzo e colpisce un sito che oggi assembla modelli strategici come Alfa Romeo Junior, Jeep Avenger e Fiat 600. Secondo il sindacato Solidarnosc della Slesia-Dabrowa, tuttavia, l’impatto occupazionale non può essere letto esclusivamente alla luce dei numeri diretti. Lo stabilimento collabora infatti con 58 aziende dell’indotto e la riduzione dei volumi rischia di tradursi in un effetto a catena sull’intera filiera locale, con migliaia di posti di lavoro potenzialmente a rischio nella regione della Slesia. Nella lettera inviata agli azionisti e visionata da MF-Milano Finanza, il sindacato denuncia un confronto definito “di facciata” con il management locale e sostiene che le decisioni strategiche vengono assunte senza un reale coinvolgimento della rappresentanza dei lavoratori. Da qui la richiesta di una dichiarazione pubblica e vincolante sui piani industriali di medio periodo per Tychy, considerata anche la recente chiusura della fabbrica di motori di Bielsko-Biala, altro sito del gruppo in Polonia, che ha già ridotto il perimetro industriale di Stellantis nel Paese.
Stellantis in fuga da Italia e Europa
Il caso polacco si aggiunge a una lunga sequenza di interventi che negli ultimi anni hanno ridimensionato la presenza industriale di Stellantis in Europa. In Italia, il gruppo ha annunciato lo scorso giugno un nuovo piano di 610 uscite incentivate nello stabilimento di Mirafiori, che si aggiunge ai programmi già avviati in precedenza in un sito caratterizzato da volumi produttivi ridotti e da un ricorso strutturale alla cassa integrazione. Le prime uscite hanno interessato il reparto carrozzerie, seguite da ulteriori riduzioni nei reparti presse, stampi e nel centro ricerche. Situazioni di incertezza produttiva riguardano anche Termoli e Pomigliano, mentre rallentamenti e interruzioni temporanee hanno interessato stabilimenti in Francia, Spagna e Germania. Sul piano industriale, Stellantis ha inoltre abbandonato la joint venture sull’idrogeno con Michelin e Forvia e sta valutando la cessione di Free2move, la società francese attiva nello sharing automobilistico.
Stati Uniti e Cina: la previsione di Tavares si avvera?
Nel suo libro “Un pilota nella tempesta”, l’ex amministratore delegato Carlos Tavares ha descritto il rischio di una frammentazione di Stellantis tra due poli dominanti, Stati Uniti e Cina, a fronte di un’Europa incapace di difendere i propri campioni industriali. Un’analisi che si inserisce in un contesto di crescente divario tra le politiche industriali globali. Da un lato Washington, con strumenti di sostegno massicci come l’Inflation Reduction Act, dall’altro Pechino, forte di una filiera integrata che va dalle materie prime alle batterie. In mezzo, l’Europa, gravata da regole ambientali più stringenti e da un approccio frammentato alla politica industriale. Stellantis diventa così un caso emblematico di questa tensione: un gruppo nato dalla fusione tra Fca e Psa, ma costretto a confrontarsi con mercati in cui la scala produttiva e il sostegno pubblico risultano determinanti.
Negli Stati Uniti, il gruppo ha recentemente annunciato un piano di investimenti da 13 miliardi di dollari in quattro anni, finalizzato all’aumento della capacità produttiva sul territorio americano. Una strategia che punta anche a mitigare il rischio legato alla possibile introduzione di nuovi dazi sulle auto importate, più volte evocata dal presidente Donald Trump. Attualmente Stellantis conta negli Usa 34 impianti produttivi, con attività di ricerca e distribuzione presenti in 14 Stati, una rete di circa 2.600 concessionari, 2.300 fornitori e un organico di circa 48.000 dipendenti.
Sul fronte asiatico, il gruppo ha rafforzato la propria presenza in Cina con l’ingresso nel capitale di Leapmotor: nell’ottobre 2023 Stellantis ha acquisito il 20% del costruttore cinese per 1,5 miliardi di euro. L’operazione ha portato alla nascita di Leapmotor International, società controllata al 51% da Stellantis, che consentirà al gruppo di produrre, esportare e commercializzare i modelli Leapmotor al di fuori della Cina.
I numeri di Stellantis del 2025
A rafforzare le preoccupazioni sono i dati produttivi. A fine settembre 2025, la produzione di autovetture di Stellantis ha registrato un calo del 36%, fermandosi a 213.706 unità dall’inizio dell’anno. Considerando anche i veicoli commerciali, la produzione complessiva è scesa del 20% a 379.706 unità. Numeri che hanno alimentato il confronto con il governo italiano, dopo anni di promesse su volumi e occupazione. L’ex ceo Tavares aveva indicato l’obiettivo di un milione di veicoli prodotti in Italia entro il 2030, mentre nel 2024 il gruppo si è fermato a circa 500 mila unità tra auto e furgoni. Il nuovo amministratore delegato Antonio Filosa ha ribadito l’impegno verso l’Italia, ricordando investimenti per circa 2 miliardi di euro nel 2025 nei siti produttivi nazionali, in un contesto però segnato da continue riduzioni degli organici in diversi Paesi europei.









