I titoli di Stato in Europa e negli Stati Uniti hanno reagito bene dopo lo shock iniziale provocato dall’attacco statunitense ai bunker nucleari iraniani. Nelle prime battute dall’apertura settimanale, i rendimenti sono saliti dai tre ai cinque punti base per le obbligazioni decennali. In seguito hanno svoltato decisamente e i Treasury Bond hanno registrato un rendimento in calo dello 0,7%, mentre il ritorno di Bund tedeschi e Btp italiani è scivolato rispettivamente di 0,50 e 0,35 punti percentuali. In questo articolo:
- Titoli di Stato: le preoccupazioni di una nuova guerra del Golfo
- Quali aspettative ora?
Titoli di Stato: le preoccupazioni per una nuova guerra del Golfo
L’entrata in guerra degli Stati Uniti al fianco di Israele nel tentativo di distruggere le infrastrutture nucleari iraniane fa rivivere le sensazioni angoscianti delle due guerre del Golfo: quella tra Iraq e l’Occidente nel 1991, dopo l’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq guidato da Saddam Hussein; e quella tra lo stesso Paese e la coalizione guidata dagli Stati Uniti nel 2003, a seguito delle accuse di possedere armi di distruzione di massa e di sostenere il terrorismo.
In tutti questi casi i prezzi del petrolio si sono impennati. Anche in nella situazione attuale, le quotazioni del greggio potrebbero salire pericolosamente se l’Iran decidesse di chiudere lo Stretto di Hormuz da cui transita circa il 20% del petrolio a livello mondiale.
Tutto ciò è influenza i titoli di Stato, in quanto l’aumento dei prezzi dell’oro nero rischierebbe di mettere in moto meccanismi inflazionistici, con la conseguenza che le Banche centrali si troverebbero costrette a tenere alti i tassi di interesse. Vista la relazione inversa tra tassi e prezzi obbligazionari, i titoli di Stato potrebbero perdere valore facendo salire i rendimenti, uno scenario pericoloso in particolare per i Paesi indebitati come l’Italia, ma anche gli Stati Uniti, in cui il tema del deficit ha acquisito negli ultimi anni un’importanza centrale.
Tuttavia c’è da fare una distinzione importante tra Europa e Stati Uniti circa le conseguenze di un’impennata dei prezzi del petrolio sui titoli di Stato. Gli Usa sono molto meno dipendenti dalle variazioni dei prezzi sul mercato, in quanto risultano autosufficienti rispetto al Vecchio continente. Inoltre, i Treasury sono sempre considerati un bene rifugio nelle fasi di tensione economica, finanziaria e geopolitica, per quanto questa funzione abbia perso forza a causa delle incertezze generate dai dazi del presidente Usa Donald Trump che hanno allontanato gli investitori dagli asset statunitensi.
Quali prospettive?
Gli analisti si sono immediatamente allarmati dopo la notizia dell’ingresso americano nel conflitto Israele-Iran e ora prevedono una corsa rapida del petrolio fino a oltre 100 dollari al barile. “Siamo tutti trader di petrolio questa mattina”, ha detto Jordan Rochester, responsabile della strategia macro per l’area Emea di Mizuho International Plc. “Un aumento dei prezzi dell’energia rischia di rafforzare l’inflazione, il che potrebbe limitare i tagli dei tassi”.
La Federal Reserve potrebbe come soneguenza adottare un approccio attendista, nonostante il ruolo degli Stati Uniti come esportatori netti di energia. “Qualsiasi impatto negativo deriverebbe dal deterioramento delle condizioni finanziarie o da tassi più alti per un periodo più lungo, poiché la Fed avrebbe un altro motivo per ritardare i tagli”, hanno scritto gli strategist macro di Deutsche Bank. In Europa “l’impatto è potenzialmente più grave”. Il team guidato da Jim Reid ha osservato che nella regione, ogni aumento di 10 dollari dei prezzi del petrolio al barile potrebbe aggiungere un quarto di punto percentuale all’Ipca (indice dei prezzi al consumo armonizzato) entro un trimestre, riferendosi a una misura chiave dell’inflazione.
Secondo Richard Mcguire, strategist responsabile dei tassi presso Rabobank, “un ulteriore passo avanti nel conflitto in Medio Oriente è una preoccupazione. I Treasury potrebbero sovraperformare anche se l’eccezionalismo degli Stati Uniti è già chiaramente minacciato dall’amministrazione Trump”.









